About...

Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

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giovedì 26 maggio 2016

Aiuto...Lo stress!!!!

E tu come affronti le situazioni stressanti?


Oggi, nel mezzo della sessione estiva d’esami, vogliamo parlarvi di stress e di coping!
Direte, cosa c’entra tutto questo in un blog di empowerment? 
Beh pensate che, il modo in cui gestiamo le situazioni stressanti, qualsiasi esperienza stressante, può aiutarci a potenziare il nostro benessere e ad aumentare le nostre risorse.
Lo stress in psicologia, viene definito come uno stato di attivazione e di tensione fisico-psicologica che si verifica in seguito ad un avvenimento. Allo stress segue il coping, cioè la capacità di far fronte a queste situazioni e include l’esame e la valutazione che ognuno di noi fa, riguardo le capacità di affrontarle.
Lo stress non va sempre condannato però! In realtà questa attivazione ci aiuta a superare le sfide che ogni giorno siamo costretti ad affrontare, è una sorta di carica di energia che comporta come azione il riflettere su come fronteggiare ciò che ci succede e ci aiuta ad adattarci.
Ma allora…perché tutti cerchiamo a sfuggire allo stress?
Esistono in realtà due tipologie di stress:
  • da una parte l’eustress, definito come stress positivo, quella carica che ci aiuta nella vita quotidiana;
  • dall’altra il distress, quello dal quale scappiamo… (o per lo meno cerchiamo di farlo!). Questo è lo stress negativo, che a lungo andare, porta a conseguenze pesanti per l’individuo. Troppo stress può implicare infatti costi per la salute fisica e psichica!!!

È fondamentale quindi, una volta definito lo stress come un modo di reagire dell’organismo, trovare il modo giusto e più adattivo per ognuno di noi, di gestirlo: questo processo viene definito come SRP= Stress Reaction Process, processo di reazione allo stress.
Questo processo è caratterizzato da una continua interazione tra lo stressore (l’evento che causa stress) e la valutazione cognitiva ed emotiva che ha lo scopo di capire se effettivamente la situazione è affrontabile o minacciosa.
Ma come fare per contrastare le esperienze negative e aumentare le strategie di coping diminuendo così lo stress negativo? Noi vi diamo qualche suggerimento:
  • Fai attività sportiva: questo oltre a migliorare la salute fisica generale, fornisce una sensazione di controllo sul proprio corpo e un sentimento di realizzazione personale che favorisce il benessere;
  •  Preparati all’evento stressante: questo è definito coping proattivo. Si tratta di prepararsi allo stress ad esempio programmando lo studio in vista di un esame. Questo aiuta a ridurre le conseguenze.
  • Ripensa all’evento stressante e rielaboralo, questo può aiutarti a notare errori di valutazione... ma attento, troppa ruminazione può avere un effetto opposto!
  • Modifica la tua valutazione della situazione: mentre vivi una situazione stressante tutto sembra catastrofico, provare a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti dell’evento può aiutarti a guardare tutto con una nuova luce e magari trovare nuove mete o obiettivi;
  • Non aver paura a chiedere aiuto: il supporto sociale e la condivisione del problema può aiutarti a trovare una soluzione più efficacie!!!

Fonti:
Robert S. Feldman, Guido Amoretti, Maria Rita Ciceri, Psicologia generale (2013), McGraw Hill Education

venerdì 8 aprile 2016

Mamme lavoratrici: supereroi del quotidiano...ma come? Tutta questione di empowerment!

Mamme al lavoro senza stress: un mo(n)do possibile 


Pensa a quello che puoi fare con quello che hai. 
(Hernest Hemigway) 


Quando si pensa alle mamme, spesso si dice: "Come fa a fare tutto?"
Questa domanda diventa importantissima soprattutto quando ci si rivolge a una mamma lavoratrice. Perchè se essere mamma è una sfida, lavorare ed essere mamma è una sfida ancora più grande!

E come ogni lavoratore anche le mamme (di mamme vi abbiamo parlato anche quisono categorie a rischio stress e burnout.

Ma che cosa è il burnout?

Con burnout ci si riferisce a una condizione di malessere lavorativo che ha ripercussioni sulla salute dei lavoratori e il loro avanzamento di carriera e che impatta anche sulla produttività organizzativa e fa riferimento all’esposizione continua a una fonte di stress considerata incontrollabile. 

Questa condizione di malessere si manifesta con un sentimento generale di debolezza, propensione alla malattia, suscettibilità emotiva ed esaurimento delle forze fisiche. Tipicamente le persone affette da burnout riportano sensazioni di svuotamento delle forze al punto da pensare di non avere più nulla da offrire, atteggiamenti negativi, distacco, cinismo e ostilità sopratutto nei confronti dei colleghi; completano questi sentimenti negativi la percezione di inadeguatezza al professione, bassa autostima e attenuazione del desiderio di successo. A conferma di ciò in italiano il termine può essere tradotto con le espressioni: esaurito, bruciato e scoppiato. 

Si è visto come le mamme lavoratrici siano una popolazione a rischio di burnout dal momento che tipicamente si trovano a dover rispondere a un carico di richieste di tempo e di energia che altre categorie di lavoratori, a casa non sostengono. 

È quindi essenziale, per prevenire questo fenomeno oltre a ciò che la normativa italiana già prevede, avere dei piccoli accorgimenti nei confronti delle mamme. Come inserirle in un contesto sociale e lavorativo in grado di supportarle: questo può essere tradotto in supporto da parte dei capi, in un aiuto da parte dei familiari nella gestione dei figli e degli impegni domestici. Questi sono piccoli accorgimenti che permettono di favorire le opportunità di sviluppo professionale ma soprattutto un senso di appagamento nelle mamme lavoratrici che in questo modo saranno in grado di mettere in gioco nuove risorse e prevenire il burnout. Ci si può “vaccinare” dal burnout con un lavoro di empowerment sulle risorse personali e sociali che circondano le mamme, infatti, più risorse si hanno, meno possibilità si ha di esaurirle! 

Vi sentite a un passo dal burnout? Armatevi di carta e penna e fate un elenco delle vostre risorse personali, sociali, lavorative ed economiche: ecco un primo passo per la prevenzione!


Alice & Maura 


 Fonti
Robinson L.D. et al, (2016),"Burnout and the work-family interface", Career Development International, Vol. 21 Iss 1 pp. 31 - 44

martedì 15 marzo 2016

ADHD, un campus per famiglie

Chiacchiere al telefono con la dott.ssa Sgroi


“Là dove vi è la sfida di un ragazzo che cresce, là vi sia un adulto a raccogliere tale sfida.”
(Winnicot)


Nella settimana sull'ADHD abbiamo contatto la dott.ssa Sgroi che, in collaborazione con il Servizio di Psicologia dell’Apprendimento e della Educazione (SPAEE) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Associazione Italiana Famiglie ADHD AIFA Onlus, ha organizzato il campus estivo ADHD family training, pensato per famiglie con bambini affetti da ADHD, per farci raccontare da una esperta il ruolo chiave che la risorsa famiglia gioca all’interno di una diagnosi di questo tipo.

La terapia elettiva per l’ADHD è la terapia multimodale: significa offrire un intervento alla famiglia, alla scuola e al bambino.

L’intervento alla famiglia, detto Parent Training, è la parte fondante di tutta la terapia dato che il bambino trascorre la giornata con la famiglia. I genitori, attraverso il Parent Training, imparano alcune strategie relazionali idonee ad aiutare il figlio a migliorare il suo comportamento e a superare i suoi ostacoli. Vi sono, poi, interventi educativi, detti Child Training, rivolti al bambino, che hanno lo scopo di migliorare alcune aree deficitarie come l’attenzione, il comportamento impulsivo, le abilità sociali. Di solito questi due interventi vengono affrontati in modo separato e la famiglia sa poco di quello che fa il bambino e il bambino non sa cosa fanno i genitori “Così abbiamo pensato, anche sulla base delle poche esperienze italiane e alcune fatte all’estero, di offrire una esperienza di campus familiare. Abbiamo pensato di unire anche l’aspetto della vacanza per rendere più piacevole la situazione. Tutto parte da qui, poi si è cercato un posto di vacanza comodo per dare la possibilità di partecipare a tutte le famiglie d’Italia, quindi non lo facciamo in provincia di Milano ma a Massa, comodo per le famiglie di altre regioni.

 “Le necessità fondamentali di un bambino con ADHD sono quelle di poter vivere con dei ritmi prevedibili, quindi, una organizzazione delle regole con delle routine che non cambiano mai”. Tutto questo perchè il disturbo ADHD porta il soggetto a vivere caoticamente, quindi è necessario che la quotidianità sia regolata. Questo è possibile soprattutto grazie alla famiglia. “Per esempio è importante aiutare il bambino a svegliarsi sempre alla stessa ora e compiere sempre gli stessi gesti, non in modo da diventare robot, però da dare la possibilità di automatizzare. Per esempio: uno la mattina si alza e tira su i bambini per portarli a scuola, non sono ADHD e allora in base al momento “dai vieni prima tu!” o “fai prima la colazione e poi ti vesti!” o “senti, vestititi che intanto ti preparo la colazione!”. Con un bambino ADHD è importante stabilire delle sequenze che vanno sempre rispettate, perché il bambino ADHD tende a procrastinare e si distrae facilmente: se le azioni da compiere non sono automatizzate, quindi non devono essere decise momento per momento, anche solo il semplice alzarsi la mattina e andare a scuola può diventare un problema per tutta la famiglia! Al campus si è lavorato soprattutto su questa dimensione durante il Parent Training: insegnare queste regole e costruire insieme dei planning della giornata per aiutare meglio i genitori a organizzarsi.

Inoltre, il Parent Training fornisce supporto alla famiglia nel modificare gli interventi educativi. Di solito, infatti, gli schemi educativi tradizionali, prevedono che se un bambino fa qualcosa viene punito. Con un bambino ADHD che meriterebbe sempre di essere sgridato, perché il suo deficit neurobiologico lo spinge ad agire impulsivamente e distrattamente e iperattivamente, un eccesso di punizioni e di sgridate va a sommarsi a tutte le critiche che riceve negli altri ambiti e quindi “bisogna un po’ salvaguardare l’autostima di questi ragazzi”.  Si suggerisce  quindi ai genitori di modificare i loro interventi educativi mettendo piuttosto in risalto le risorse positive dei loro figli. Si suggerisce anche di utilizzare premi e gratificazioni che,  se associate al comportamento corretto, favoriscono il ripresentarsi di tale comportamento. Dunque, si insegna ai genitori come e quando punire modificando il comportamento educativo tradizionale.

I genitori hanno la possibilità di aiutare i figli anche nello sviluppo relazionale. “I genitori possono, vivendo con loro tutti i giorni, favorire le occasioni di socializzazione ma anche suggerire le modalità corrette di relazionarsi che spesso i bambini con ADHD non hanno”.

Ai genitori inoltre, durante il Parent Training, è indicato come migliorare la vita scolastica del bambino: qual è l’aiuto più efficace per i compiti a casa, come migliorare il dialogo scuola-famiglia (essenziale come supporto allo studente), ecc. 

Del campus ci saranno altre edizioni. Sarà la struttura organizzatrice a divulgare l’informazione attraverso i canali più consoni che possono essere i pazienti dei professionisti coinvolti, le neuropsichiatrie territoriali, i centri ADHD e le associazioni di famiglie.


Continuate a seguirci.. nel weekend nuovi spunti!

Alice&Maura

domenica 13 marzo 2016

ADHD, una base teorica per capirne di più

Cosa si intende, come si manifesta, quali strategie adottare...

"E per il resto della tua vita, tu dirai: “Si, quello era il luogo dove avevo progettato di andare. È ciò che avevo programmato”. E la pena di tutto ciò non se ne andrà mai, mai, mai, mai…perché la perdita dei propri sogni è una perdita molto significativa. Ma… se passerai la vita a piangerti addosso per il fatto che non sei andato in Italia, non sarai mai libero di godere delle cose molto, molto speciali e molto amabili… dell’Olanda."

Emily Per Kingsley, Germania 25 marzo 2002, 


Questa settimana ci addenteremo insieme, in un campo specifico, quello dell'ADHD, Deficit di Attenzione e Iperattività.

Prima di presentarvi, nei prossimi giorni, un’esperienza particolare di Campus per i bambini con ADHD e le loro famiglie, cerchiamo di capirne qualcosa in più, provando ad entrare nel contesto di questo deficit, insieme alla Dott.ssa Chiara Valenti, esperta dell’area Formazione dello SPAEE, Servizio di Psicologia dell’apprendimento e dell’educazione in età evolutiva, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Cosa si intende con la dicitura ADHD?
L’ADHD è l’acronimo dell’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Si tratta di un disturbo dello sviluppo neuropsichico che si manifesta nell’infanzia ed è caratterizzato, appunto, da inattenzione e impulsività/iperattività. I bambini che presentano l’ADHD non sono in grado di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.
La disattenzione può essere definita come un’evidente difficoltà a stare attenti e a lavorare su un compito per un tempo adeguatamente prolungato. Nei bambini queste difficoltà si manifestano a scuola, nel gioco e nelle situazioni sociali. Nei contesti ludici spesso passano da un gioco ad un altro, senza portarne a termine nemmeno uno. 
A scuola compaiono molti errori di distrazione e i lavori sono incompleti e disordinati, soprattutto quando i compiti non sono attraenti e motivanti.
L’iperattività consiste in un eccessivo livello di attività motoria e vocale. Si manifesta come una continua agitazione e come incapacità a rimanere fermi e seduti.
Infine l’impulsività consiste nella difficoltà ad aspettare a dare una risposta, a inibire un comportamento non adatto al contesto nel quale ci si trova, ad attendere una gratificazione. Si manifesta con una grande impazienza, ma anche con la tendenza a mettere in atto azioni pericolose senza considerare le possibili conseguenze negative. 

Secondo i criteri del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM) esistono tre sottotipi di ADHD: 
- ADHD Tipo combinato: i sintomi di inattenzione e iperattività/impulsività sono presenti nella stessa misura;
- ADHD Tipo con Disattenzione Predominante: i sintomi di inattenzione sono maggiori di quelli di iperattività/impulsività;
- ADHD Tipo con Iperattività-Impulsività Predominanti: i sintomi di iperattività/impulsività sono maggiori di quelli di inattenzione.

A quale età è possibile avere una diagnosi?
Prima di tutto, è importante ricordare che la diagnosi deve basarsi sulla classificazione del DSM per una valutazione accurata del bambino, condotta da operatori con specifiche competenze sulla diagnosi e sulla terapia dell’ADHD.
Tale valutazione deve sempre coinvolgere diverse figure: oltre al bambino, i suoi genitori e gli insegnanti. Occorre raccogliere, da diverse fonti, informazioni sul comportamento e sulla compromissione funzionale del bambino e devono sempre essere considerati sia i fattori culturali che l’ambiente di vita. A tal fine si utilizzano strumenti quali questionari (es. SDAI, SDAG, Scale Conners, SCOD e altri) e interviste diagnostiche, opportunamente standardizzati e validati. 
ll deficit attentivo può essere presente già in età prescolare. A quest’età è però molto difficile formulare una diagnosi differenziale con altri disturbi e definire con certezza il livello di compromissione del funzionamento globale. In questi casi si ricorre, in genere, a una diagnosi provvisoria che andrà aggiornata negli anni successivi.
Tipicamente il disturbo si manifesta però all’ingresso della Scuola Primaria (attorno ai 6-7 anni), quando le richieste provenienti da un contesto maggiormente strutturato rispetto alla Scuola dell’Infanzia fanno emergere in maniera evidente i sintomi associati al disturbo.


Come aiutare i genitori a capirne i primi sintomi?

Segnali significativi sono i seguenti:
- un’eccessiva vivacità rispetto ai coetanei;
- difficoltà a mantenere l’attenzione sui compiti e sulle attività di gioco;
- evidente sbadataggine e disorganizzazione, con la tendenza a perdere ogni cosa;
- lamentele da parte delle insegnanti per un’eccessiva irrequietezza, per l’incapacità di stare seduto al proprio posto e di aspettare il proprio turno per rispondere;
- aggressività nei confronti dei compagni e/o dei genitori e delle maestre;
- una tendenza ad essere sempre in movimento, come “guidato da un motorino”;
- sembra non ascoltare quando gli altri parlano, ha la testa fra le nuvole.

Se alcuni di questi sintomi si sono manifestati nel proprio bambino prima dei 7 anni di età e per un periodo superiore ai 6 mesi, è opportuno intraprendere una valutazione psicodiagnostica per l’ADHD.
Come precedentemente ricordato, per fare la diagnosi occorre una valutazione globale del bambino che dovrebbe includere un assessment clinico del funzionamento scolastico, sociale ed emotivo-affettivo e delle competenze sviluppate. 

È possibile insegnare ai bambini delle strategie per compensare questo deficit e per renderli più consapevoli delle proprie difficoltà?
Anche se non è semplice, è sicuramente possibile insegnare ai bambini delle strategie per compensare il deficit.
Cordula Neuhaus, psicopedagogista e terapeuta comportamentale che da anni si occupa di ADHD, ha definito alcune regole ferree che possono aiutare a gestire il comportamento di un bambino con tale Disturbo, tra queste ricordo: 
Richiedere un comportamento con tono pacato, gentile, ma fermo (es. “Mario, per favore svolgi il compito che ti è stato assegnato, fra 30 minuti te lo controllo”). 
Elencare in anticipo quali sono le attività da svolgere, preparando possibilmente una lista scritta, ancora meglio se corredata da immagini, delle attività della giornata. 
Non dare spazio a discussioni o a rifiuti verbali. 
In una critica o nella discussione di un problema restare assolutamente aderenti a quella situazione, non estendere ad altri comportamenti problematici che riguardano il bambino/ragazzo. Esempio: “Giovannino, riordina la tua scrivania, non c’è più spazio”. Non: “Sei sempre svogliato, la tua camera è un disastro, dimentichi sempre di mettere i materiali nella cartella, a scuola non ti impegni, a casa non aiuti”. 
I bambini con ADHD sono particolarmente sensibili alla mimica facciale, ai gesti e al tono della voce; se ci si accorge che la tensione sta salendo, occorre abbassare lo sguardo e la voce, per evitare che il bambino si ponga in atteggiamento di difesa o di contrasto. 
Per la correzione dei comportamenti inadeguati, utilizzare spesso il contatto corporeo (ad esempio toccare una spalla), invece della voce. 
Quando occorre un richiamo verbale, non utilizzare etichette, come “Sei il solito maleducato”. Un breve “Ehi!” o un “Basta!” sono segnali sufficienti.

Altre strategie utili per il bambino sono:
· modificare l’ambiente per evitare il verificarsi dei comportamenti problema: un setting organizzato e strutturato, quindi prevedibile, permette una maggiore regolazione del comportamento;
· fissare routine e scadenze prestabilite, per agevolare la pianificazione, in quanto il tempo diventa maggiormente strutturato e prevedibile;
· dare delle regole: devono essere poche, brevi, condivise, espresse in positivo, sempre ben visibili, meglio se supportate da immagini;
· costruire, insieme al bambino, un contratto educativo: consiste nel registrare le azioni che si impegna a compiere in contesti e momenti chiari e le gratificazioni cui può avere accesso se rispetta quanto riportato nel contratto (es. Luca firma un contratto in cui si impegna a parlare solo quanto chiamato dalla maestra e ad alzarsi dal banco soltanto due volte in una mattinata. Se rispetta quanto sottoscritto potrà scegliere fra alcuni premi, ad esempio: fare un disegno durante gli ultimi 15 minuti della lezione di matematica, fare una corsa in corridoio prima di incominciare la lezione di italiano). 

Gli obiettivi possono essere incrementati o diminuiti, per evitare di frustrare il bambino;
· aiutarli ad utilizzare le loro risorse positive;
· rinforzare i comportamenti adeguati con gratificazioni verbali (“bravo, mi fa molto piacere quello che dici, mi piace quello che stai facendo”) o premi materiali;
· far uso della Token Economy: il bambino guadagna uno smile per ogni attività svolta adeguatamente. Gli smiles ricevuti vengono trasformati in una ricompensa materiale: ad esempio, un giochino, un libretto, un oggetto carino. Questa tecnica ha lo scopo di consolidare i comportamenti corretti e di offrire un continuo feedback sulla propria condotta;
· utilizzare il Time Out quando il bambino mette in atto un comportamento mediamente grave (parole un po’ offensive, ripetuto lancio di palline di carta o di altri oggetti, stuzzicamenti pesanti rivolti al compagno di banco, ecc…). Si tratta di una sanzione: il bambino è accompagnato in uno spazio preposto da un adulto che resterà con lui per tutto il tempo. Staranno in silenzio 5 minuti e poi torneranno nel luogo dove si sta svolgendo l’attività. Se il bambino interrompe il silenzio, il tempo va riconteggiato dall’inizio;
· aiutare il bambino ad organizzare, con l’uso di raccoglitori, i compiti già fatti e quelli da svolgere;
· scrivere promemoria da mettere nei libri o nel diario;
· insegnare al bambino a farsi delle domande prima di iniziare un lavoro o di lasciare un luogo (es. “Ho messo in cartella tutto quello che mi serve? Ho messo sulla scrivania tutti i materiali che mi occorrono per il compito di matematica?”);
· favorire nel bambino una consapevolezza metacognitiva di ciò che sta facendo, del perché e del come: insegnare strategie per apprendere/ricordare/stare attenti e selezionarle in base alla loro efficacia, incoraggiare l’autovalutazione, favorire l’autodialogo interno in modo che il bambino impari a interrogarsi per capire che cosa gli è richiesto di fare, le strategie necessarie, i tempi a disposizione, quali sono le sue risorse interne e quelle esterne (ad esempio i compagni e gli insegnanti).


Ora che abbiamo conosciuto un pò meglio cosa si intende per ADHD, vi aspettiamo nei prossimi giorni per accompagnarvi in un "viaggio" all'interno di un Campus per Famiglie con figli che presentano queste difficoltà!


Alla prossima!
Maura & Alice

lunedì 7 marzo 2016

Una mattinata al Buzzi in compagnia dell'Obm

Un'ospedale a misura di famiglia 


"Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio"
(Proverbio africano)


L’Obm, Ospedale bambini Milano, è un’associazione nata nel 2004 per supportare l’Ospedale Vittore Buzzi, in tutti quegli aspetti dove le risorse pubbliche fanno fatica ad intervenire.

L’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano è da 100 anni a Milano, in Lombardia e in tutta Italia, centro di riferimento per la cura specialistica in campo materno e infantile. Ogni anno partoriscono oltre 3.500 donne e vengono curati in Terapia Intensiva Neonatale circa 400 neonati prematuri. I reparti di Pediatria, Chirurgia, Ortopedia e Terapia Intensiva si prendono cura ogni anno di migliaia di bambini, accompagnandoli verso la guarigione o il miglioramento delle loro condizioni. Solo nel 2014 si sono rivolte al Pronto Soccorso Pediatrico oltre 20.000 famiglie e non solo residenti a Milano.

Abbiamo intervistato Antonella Conti, una delle due responsabili dell’Obm, che insieme ad un gruppo di volontari, si occupa di sostegno e aiuto alle famiglie che si trovano in questo Ospedale.
La Onlus si occupa di tre aree principali:
-    - Supporto tecnologico: l’Obm Onlus, si preoccupa di acquistare strumenti diagnostici e non, che possano fare la differenza. Dal momento che la tecnologia avanza, è importante essere sempre al passo con i tempi.
-        -  Umanizzazione: rendere l’accesso e la permanenza al Buzzi più lieve è un obiettivo importante: ogni ricovero in ospedale, per quanto corto che sia, non è mai un’esperienza molto piacevole, attraverso varie attività che intrattengano bambini di tutte le età o piccoli accorgimenti (come ad esempio il televisore in camera, rendere più accoglienti gli spazi, l’associazione cerca di rendere questo impatto meno traumatico.
        -  Accoglienza: questo campo, che come ci racconta Antonella si è sviluppato un po' per caso, ora è un ambito in espansione. “Tempo fa, una famiglia ci ha proposto un appartamento in comodato d’uso e pian piano, da lì l’attività si è ampliata e ora abbiamo tre appartamenti per 4 famiglia: per chi viene da fuori regione, circa il 30% utenza, questo è un servizio fondamentale, che permette di stare vicino al bambino in ospedale gratuitamente. Le case sono sempre piene! Stiamo cercando di avere delle camere, con spazi in comune magari, dove può alloggiare un genitore.”
Per l’Obm Onlus il servizio di Accoglienza è molto importante, pur non essendo l’attività principale, proprio perché: “Nel momento in cui diamo un appartamento non ci occupiamo solo dell’abitazione, dietro alla casa e accoglienza abitativa, spesso restano da gestire e prendere in considerazione altre problematiche, spesso per alcuni genitori è il primo viaggio così lungo con bambini. Per questo, mentre all’inizio tutto questo era gestito dall’ufficio relazioni con il pubblico, all’inizio gestito dall’uff relazioni con il pubblico, successivamente si è pensato di prendere in carico l’accoglienza “completa” delle famiglie da parte di Obm. I genitori sono spesso preoccupatissimi di come muoversi a Milano. Sappiamo che dietro a tutte le famiglie c’è una storia, ci sono bisogni diversi. A volte arriva qui a Milano la mamma da sola e allora la si accompagna all’interno dell’ospedale per tutte le visite e controlli, o magari arrivano coppie giovanissime molto in ansia, con una gravidanza a rischio, o famiglie straniere dove li si aiuta un po' in tutto anche per via della lingua.

L’attività di Obm Onlus, si è adattata pian piano alle diverse situazioni che si sono presentate, avendo come obiettivo principale quello di rispondere a bisogni dove ci sono necessità.
La mission è il sostegno alla famiglia in senso ampio, in prima persona o cercando e indirizzando verso figure professionali che possono essere d’aiuto. L’obiettivo è quello di essere un punto di riferimento all’interno di un ambiente grande e spesso dispersivo quale è l’ospedale.  
Per questo “Dal 2010 è stato attivato un sostegno psicologico per le famiglie che accedono al reparto chirurgia, sia in caso di ricovero sia in caso di prestazioni ambulatoriali. Ci sono per questo due psicologhe che sono in pianta stabile in chirurgia pediatrica, l’area più problematica, dove anche se i ricoveri sono spesso brevi, ma dove le patologie affrontate sono complesse. Le psicologhe agiscono in stretto contatto con i medici, fanno con loro il giro visita, e se ci sono necessità o particolari problematiche, si mettono in contatto con la famiglia, con i genitori, o con il bambino se abbastanza grande”.
L’impegno però non si ferma qui, infatti si cerca di seguire la famiglia anche dopo le dimissioni: “Se le famiglie vivono fuori Milano, al momento delle dimissioni, le psicologhe provvedono a mettere i genitori in contatto con i servizi territoriali, individuando centri adeguati. Per le famiglie che vivono a Milano invece, continuano ad essere seguite qui al Buzzi”
Il sostegno offerto da Obm Onlus è gratuito, e anche gli appuntamenti di follow up con le psicologhe sono supportate dall’associazione.
Oltre a questi servizi, i volontari offrono anche un servizio serale: “Il servizio serale fa lettura pre sonno. Anche questo servizio è nato da un’occasione: creando un gruppo di volontari pian piano ci si è accorti che non erano presenti la sera, e quindi abbiamo pensato di organizzare questa attività che si è rivelata molto apprezzata anche dai genitori e non solo dai bambini.”

Un altro ambito di interesse è il sostegno ai bambini prematuri e alle loro famiglie: “Ad oggi, qui in ospedale, ma anche in generale, i bambini prematuri, per vari motivi, sono in aumento, e molte mamme con gravidanze a rischio si recano qui al Buzzi dove, grazie anche alla presenza della Terapia della gravidanza e della Terapia neonatale, sempre più bambini sopravvivono. Come associazione cerchiamo di supportare il reparto, ad esempio comprando delle culle- incubatrici termoregolate, che mantengono il giusto livello di umidità pur dando le possibilità di aprirle, in modo che il genitore può toccare il suo bimbo, il personale può fare determinate operazioni senza spostarlo e questo dà grandi vantaggi soprattutto pensando che i bambini nati qui, pesano veramente poco, 500g o poco più. Inoltre, cominciando a lavorare con la terapia intensiva neonatale, si è campito che le mamme avevano bisogno di un sostegno psicologico perché non si è mai pronti alla nascita di un bambino prematuro, ma non solo, anche il personale ne sentiva l’esigenza, e così ora è presenta una psicologa anche in questo reparto”.

Gioco forza dell’Associazione, sta proprio nel lavoro in stretta sinergia con il personale ospedaliero.

L’Obm Onlus è un’associazione di aiuto su più livelli, che cerca e indirizza varie aree di competenza per favorire il benessere in situazioni difficili, cercando di rispondere a più esigenze della famiglia e dell’Ospedale.


Alice&Maura

https://ospedaledeibambini.it/
OBM Ospedale dei Bambini Milano, Buzzi Onlus,
Via Castelvetro 28, 20154 Milano
Tel: 0257995359

venerdì 4 marzo 2016

L'empowerment familiare e l'autismo

"Per certi viaggi non si parte mai quando si parte.  Si parte prima. A volte molto prima."



Questa frase appena l'ho letta su internet è stata come una lampadina...ho cercato da dove arrivasse e ho scoperto questo fantastico libro: Se ti abbraccio non avere paura. Mi ha colpito subito, forse perchè a me gli abbracci, fanno sempre un pò paura. 
Ma questo è un abbraccio speciale tratto da una storia speciale, dove le parole hanno un peso importante.
Ci sono parole, infatti, che hanno più peso di altre, che hanno effetti maggiori rispetto alle stesse pronunciate in modo, maniera e contesti diversi, e lo sappiamo bene.
Così sono le parole dei medici, che spesso arrivano come docce fredde nella vita tranquilla di famiglie già prese da altre mille difficoltà proprie del vivere in gruppo.
E proprio così ha inizio questa storia, la storia di Franco Antonello, nel Maggio 1996, e di suo Andrea: due anni e mezzo..
"Quindici anni, fa stavo tranquillo sul treno della vita comodo con i miei cari e le cose che conoscevo all'improvviso Andrea mi scuote, mi rovescia le tasche, cambia le serrature delle porte, tutto si confonde".
L'autismo è un disturbo che fu identificato da uno psichiatra di nome Leo Kanner, che per primo, descrisse i sintomi simili di una decina di bambini. In particolare, la maggior parte di loro era disinteressata nei confronti del mondo e delle persone intorno, faticavano a giocare con altri bambini, non rispondevano al proprio nome quando chiamati, preferivano non guardare negli occhi le persone, spesso presentavano manie per gli oggetti o per dettagli, mettendo in atto comportamenti a volte bizzarri.
"Comportamenti illogici, strani", compromissione qualitativa delle relazioni sociali e interpersonali, difficoltà nella reciprocità degli intenti; compromissione dello sviluppo delle competenze comunicative; modalità di comportamento, interessi e attività limitati, ripetitivi.

Definizioni, sottogruppi di definizioni, sintomi, terapie riabilitative, stereotipie, difficoltà comunicative... incomincia la Bufera.
E' l'inizio da una parte di un dramma, dall'altra parte di un'avventura, che richiede energia, impegno, positività, fatica, ma che consente di mettere in campo tutte le proprie risorse all'interno della famiglia, da parte di tutti i membri, per dare il meglio, lungo un percorso fatto di tanti ostacoli, ma anche di tante improvvise soddisfazioni.
"Tuo figlio, a due anni e mezzo, si trova a vivere una vita in salita rispetto a tutti gli altri..e allora dici, chi se non te, può condurlo su una strada un pò meno buia di quella che è invece la strada dell'autismo".
La forza di una famiglia, che per anni lotta inseguendo varie terapie, tradizionali e non.
Poi il viaggio. 
Il contrario di tutto, senza routine, senza ritmi sempre uguali... Un viaggio particolare, senza bussola, senza una meta. Tre mesi in moto, auto, aereo, attraversando l'America, 40.000 Km.
Tante sorprese, alcune divertenti, ma sopratutto, un modo per imparare...
Imparare a conoscere e a conoscersi...

Ci sono ad oggi diverse terapie che vengono messe in atto nella riabilitazione di questo disturbo, ma tutte hanno in comune la precocità dell'intervento e l'intensità; le principali sono:
- la terapia cognitivo comportamentale (Applied Behaviour Analysis);
- psicoterapia;
- trattamenti educativi (TEACCH)
- trattamenti psicomotori educativi o relazionali

...ma sopratutto, ci sono i genitori, che pur di creare, mantenere e rafforzare i legami, sono disposti a tutto e sono sempre i "Terapisti" migliori, anche a costo di organizzare un viaggio in USA!!!

«Sai Odisseu, con certe persone la vita si è confusa all’ultimo istante». «In che senso?». «Ha sbagliato una virgola, ha messo il punto dove non doveva esserci. Ha dimenticato un occhio, un orecchio, un po’ di cervello, una mano. Si è confusa, si è fermata un millimetro prima. Mancanze lievi, rispetto a tutti gli impegni che ha la vita»….
Andrea passa davanti al muretto senza vederci, arriva qualche metro più in là, si gira, alza un braccio, sfiora la luna, ritorna. Angelica è rimasta sulla veranda, a osservare.
Una luce s’accende e poi si spegne. Più nulla. Allora, in un istante, dimentico tutto quello che ho studiato e un poco imparato sull’autismo (…) speri che il mondo corra, che la ricerca corra, che tutti gli scienziati delmondosi mettano di buona lena e immagini che, un bel giorno, la vita ti suoni al campanello e ti consegni una qualche soluzione. Ma qui, adesso, basta un po’ di silenzio, un po’ di illusione, perché il cuore trovi un battito di tregua.
Fulvio Ervas – Se ti abbraccio non avere paura



Buona lettura!
Maura


Fonti
Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non avere paura
Ezio Sanavio, Psicologia clinicaCesare Cornoldi, 2010