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Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

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sabato 2 aprile 2016

L'Empowerment familiare e l'autismo con #sfidAutismo: 10 cose che ogni bambino con autismo vorrebbe che tu sapessi

Primo passo per sconfiggere? Eliminare il pregiudizio!



Lei ha dimestichezza con la parola "autismo"?



Con questa provocazione oggi ci fermiamo a riflettere sulla Giornata di sensibilizzazione per l'autismo. Vi abbiamo raccontato la storia di Franco e Andrea oggi vi raccontiamo di Ellen e di come la sua vita è cambiata quando si è sentita chiedere: "lei ha dimestichezza con la parola autismo"?

Ellen Notbhom è una mamma che racconta con la voce di suo figlio 10 Cose che un bambino autistico vorrebbe che tu sapessi, un articolo e poi un libro con un successo strepitoso che l'autrice commenta così: 

Decisi che il motivo del suo successo era che parlava con la voce di un bambino: una voce che generalmente non viene ascoltata in mezzo al frastuono sempre più caotico di chi parla di autismo. 

La sfida di Ellen è, infatti, combattere i pregiudizi che si formano intorno all'autismo, spesso fomentati dalle parole che si usano per definire questa condizione, tuttavia proprio le parole che usiamo quotidianamente impediscono lo sviluppo di una prospettiva sana nei confronti dell'autismo di un bambino.

Lo sappiamo bene quanto i pregiudizi influenzino il nostro modo di pensare e di conseguenza di guardare il mondo e di comportarci. Forse è il caso di iniziare a superarli, soprattutto quando nascono intorno a etichette.

Una persona non è mai la sua diagnosi.

MAI.

C'è sempre altro e val la pena di cercarlo.

Il primo passo di Ellen verso una prospettiva sana e senza stereotipi è il suo "decalogo"che ogni adulto e ogni figura educativa dovrebbe tenere bene a mente SEMPRE
  1. Io sono un bambino 
  2. I miei sensi non si sincronizzano
  3. Distingui fra ciò che non voglio fare e ciò che non posso fare
  4. Interpreto il linguaggio letteralmente
  5. Fai attenzione ai modi in cui cerco di comunicare 
  6. Fammi vedere! Io ho un pensiero visivo
  7. Concentrati su ciò che posso fare e non su ciò che non posso fare
  8. Aiutami nelle situazioni sociali
  9. Identifica che cosa innesca le mie crisi 
  10. AMAMI INCONDIZIONATAMENTE 
e il vostro primo passo?

Alice & Maura

Altri spunti di riflessione sul tema:
L'empowerment familiare e l'autismo


Fonti 
Notbhom E., 10 cose che ogni bambino con autismo vorrebbe che tu sapessi  



martedì 15 marzo 2016

ADHD, un campus per famiglie

Chiacchiere al telefono con la dott.ssa Sgroi


“Là dove vi è la sfida di un ragazzo che cresce, là vi sia un adulto a raccogliere tale sfida.”
(Winnicot)


Nella settimana sull'ADHD abbiamo contatto la dott.ssa Sgroi che, in collaborazione con il Servizio di Psicologia dell’Apprendimento e della Educazione (SPAEE) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Associazione Italiana Famiglie ADHD AIFA Onlus, ha organizzato il campus estivo ADHD family training, pensato per famiglie con bambini affetti da ADHD, per farci raccontare da una esperta il ruolo chiave che la risorsa famiglia gioca all’interno di una diagnosi di questo tipo.

La terapia elettiva per l’ADHD è la terapia multimodale: significa offrire un intervento alla famiglia, alla scuola e al bambino.

L’intervento alla famiglia, detto Parent Training, è la parte fondante di tutta la terapia dato che il bambino trascorre la giornata con la famiglia. I genitori, attraverso il Parent Training, imparano alcune strategie relazionali idonee ad aiutare il figlio a migliorare il suo comportamento e a superare i suoi ostacoli. Vi sono, poi, interventi educativi, detti Child Training, rivolti al bambino, che hanno lo scopo di migliorare alcune aree deficitarie come l’attenzione, il comportamento impulsivo, le abilità sociali. Di solito questi due interventi vengono affrontati in modo separato e la famiglia sa poco di quello che fa il bambino e il bambino non sa cosa fanno i genitori “Così abbiamo pensato, anche sulla base delle poche esperienze italiane e alcune fatte all’estero, di offrire una esperienza di campus familiare. Abbiamo pensato di unire anche l’aspetto della vacanza per rendere più piacevole la situazione. Tutto parte da qui, poi si è cercato un posto di vacanza comodo per dare la possibilità di partecipare a tutte le famiglie d’Italia, quindi non lo facciamo in provincia di Milano ma a Massa, comodo per le famiglie di altre regioni.

 “Le necessità fondamentali di un bambino con ADHD sono quelle di poter vivere con dei ritmi prevedibili, quindi, una organizzazione delle regole con delle routine che non cambiano mai”. Tutto questo perchè il disturbo ADHD porta il soggetto a vivere caoticamente, quindi è necessario che la quotidianità sia regolata. Questo è possibile soprattutto grazie alla famiglia. “Per esempio è importante aiutare il bambino a svegliarsi sempre alla stessa ora e compiere sempre gli stessi gesti, non in modo da diventare robot, però da dare la possibilità di automatizzare. Per esempio: uno la mattina si alza e tira su i bambini per portarli a scuola, non sono ADHD e allora in base al momento “dai vieni prima tu!” o “fai prima la colazione e poi ti vesti!” o “senti, vestititi che intanto ti preparo la colazione!”. Con un bambino ADHD è importante stabilire delle sequenze che vanno sempre rispettate, perché il bambino ADHD tende a procrastinare e si distrae facilmente: se le azioni da compiere non sono automatizzate, quindi non devono essere decise momento per momento, anche solo il semplice alzarsi la mattina e andare a scuola può diventare un problema per tutta la famiglia! Al campus si è lavorato soprattutto su questa dimensione durante il Parent Training: insegnare queste regole e costruire insieme dei planning della giornata per aiutare meglio i genitori a organizzarsi.

Inoltre, il Parent Training fornisce supporto alla famiglia nel modificare gli interventi educativi. Di solito, infatti, gli schemi educativi tradizionali, prevedono che se un bambino fa qualcosa viene punito. Con un bambino ADHD che meriterebbe sempre di essere sgridato, perché il suo deficit neurobiologico lo spinge ad agire impulsivamente e distrattamente e iperattivamente, un eccesso di punizioni e di sgridate va a sommarsi a tutte le critiche che riceve negli altri ambiti e quindi “bisogna un po’ salvaguardare l’autostima di questi ragazzi”.  Si suggerisce  quindi ai genitori di modificare i loro interventi educativi mettendo piuttosto in risalto le risorse positive dei loro figli. Si suggerisce anche di utilizzare premi e gratificazioni che,  se associate al comportamento corretto, favoriscono il ripresentarsi di tale comportamento. Dunque, si insegna ai genitori come e quando punire modificando il comportamento educativo tradizionale.

I genitori hanno la possibilità di aiutare i figli anche nello sviluppo relazionale. “I genitori possono, vivendo con loro tutti i giorni, favorire le occasioni di socializzazione ma anche suggerire le modalità corrette di relazionarsi che spesso i bambini con ADHD non hanno”.

Ai genitori inoltre, durante il Parent Training, è indicato come migliorare la vita scolastica del bambino: qual è l’aiuto più efficace per i compiti a casa, come migliorare il dialogo scuola-famiglia (essenziale come supporto allo studente), ecc. 

Del campus ci saranno altre edizioni. Sarà la struttura organizzatrice a divulgare l’informazione attraverso i canali più consoni che possono essere i pazienti dei professionisti coinvolti, le neuropsichiatrie territoriali, i centri ADHD e le associazioni di famiglie.


Continuate a seguirci.. nel weekend nuovi spunti!

Alice&Maura

lunedì 7 marzo 2016

Una mattinata al Buzzi in compagnia dell'Obm

Un'ospedale a misura di famiglia 


"Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio"
(Proverbio africano)


L’Obm, Ospedale bambini Milano, è un’associazione nata nel 2004 per supportare l’Ospedale Vittore Buzzi, in tutti quegli aspetti dove le risorse pubbliche fanno fatica ad intervenire.

L’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano è da 100 anni a Milano, in Lombardia e in tutta Italia, centro di riferimento per la cura specialistica in campo materno e infantile. Ogni anno partoriscono oltre 3.500 donne e vengono curati in Terapia Intensiva Neonatale circa 400 neonati prematuri. I reparti di Pediatria, Chirurgia, Ortopedia e Terapia Intensiva si prendono cura ogni anno di migliaia di bambini, accompagnandoli verso la guarigione o il miglioramento delle loro condizioni. Solo nel 2014 si sono rivolte al Pronto Soccorso Pediatrico oltre 20.000 famiglie e non solo residenti a Milano.

Abbiamo intervistato Antonella Conti, una delle due responsabili dell’Obm, che insieme ad un gruppo di volontari, si occupa di sostegno e aiuto alle famiglie che si trovano in questo Ospedale.
La Onlus si occupa di tre aree principali:
-    - Supporto tecnologico: l’Obm Onlus, si preoccupa di acquistare strumenti diagnostici e non, che possano fare la differenza. Dal momento che la tecnologia avanza, è importante essere sempre al passo con i tempi.
-        -  Umanizzazione: rendere l’accesso e la permanenza al Buzzi più lieve è un obiettivo importante: ogni ricovero in ospedale, per quanto corto che sia, non è mai un’esperienza molto piacevole, attraverso varie attività che intrattengano bambini di tutte le età o piccoli accorgimenti (come ad esempio il televisore in camera, rendere più accoglienti gli spazi, l’associazione cerca di rendere questo impatto meno traumatico.
        -  Accoglienza: questo campo, che come ci racconta Antonella si è sviluppato un po' per caso, ora è un ambito in espansione. “Tempo fa, una famiglia ci ha proposto un appartamento in comodato d’uso e pian piano, da lì l’attività si è ampliata e ora abbiamo tre appartamenti per 4 famiglia: per chi viene da fuori regione, circa il 30% utenza, questo è un servizio fondamentale, che permette di stare vicino al bambino in ospedale gratuitamente. Le case sono sempre piene! Stiamo cercando di avere delle camere, con spazi in comune magari, dove può alloggiare un genitore.”
Per l’Obm Onlus il servizio di Accoglienza è molto importante, pur non essendo l’attività principale, proprio perché: “Nel momento in cui diamo un appartamento non ci occupiamo solo dell’abitazione, dietro alla casa e accoglienza abitativa, spesso restano da gestire e prendere in considerazione altre problematiche, spesso per alcuni genitori è il primo viaggio così lungo con bambini. Per questo, mentre all’inizio tutto questo era gestito dall’ufficio relazioni con il pubblico, all’inizio gestito dall’uff relazioni con il pubblico, successivamente si è pensato di prendere in carico l’accoglienza “completa” delle famiglie da parte di Obm. I genitori sono spesso preoccupatissimi di come muoversi a Milano. Sappiamo che dietro a tutte le famiglie c’è una storia, ci sono bisogni diversi. A volte arriva qui a Milano la mamma da sola e allora la si accompagna all’interno dell’ospedale per tutte le visite e controlli, o magari arrivano coppie giovanissime molto in ansia, con una gravidanza a rischio, o famiglie straniere dove li si aiuta un po' in tutto anche per via della lingua.

L’attività di Obm Onlus, si è adattata pian piano alle diverse situazioni che si sono presentate, avendo come obiettivo principale quello di rispondere a bisogni dove ci sono necessità.
La mission è il sostegno alla famiglia in senso ampio, in prima persona o cercando e indirizzando verso figure professionali che possono essere d’aiuto. L’obiettivo è quello di essere un punto di riferimento all’interno di un ambiente grande e spesso dispersivo quale è l’ospedale.  
Per questo “Dal 2010 è stato attivato un sostegno psicologico per le famiglie che accedono al reparto chirurgia, sia in caso di ricovero sia in caso di prestazioni ambulatoriali. Ci sono per questo due psicologhe che sono in pianta stabile in chirurgia pediatrica, l’area più problematica, dove anche se i ricoveri sono spesso brevi, ma dove le patologie affrontate sono complesse. Le psicologhe agiscono in stretto contatto con i medici, fanno con loro il giro visita, e se ci sono necessità o particolari problematiche, si mettono in contatto con la famiglia, con i genitori, o con il bambino se abbastanza grande”.
L’impegno però non si ferma qui, infatti si cerca di seguire la famiglia anche dopo le dimissioni: “Se le famiglie vivono fuori Milano, al momento delle dimissioni, le psicologhe provvedono a mettere i genitori in contatto con i servizi territoriali, individuando centri adeguati. Per le famiglie che vivono a Milano invece, continuano ad essere seguite qui al Buzzi”
Il sostegno offerto da Obm Onlus è gratuito, e anche gli appuntamenti di follow up con le psicologhe sono supportate dall’associazione.
Oltre a questi servizi, i volontari offrono anche un servizio serale: “Il servizio serale fa lettura pre sonno. Anche questo servizio è nato da un’occasione: creando un gruppo di volontari pian piano ci si è accorti che non erano presenti la sera, e quindi abbiamo pensato di organizzare questa attività che si è rivelata molto apprezzata anche dai genitori e non solo dai bambini.”

Un altro ambito di interesse è il sostegno ai bambini prematuri e alle loro famiglie: “Ad oggi, qui in ospedale, ma anche in generale, i bambini prematuri, per vari motivi, sono in aumento, e molte mamme con gravidanze a rischio si recano qui al Buzzi dove, grazie anche alla presenza della Terapia della gravidanza e della Terapia neonatale, sempre più bambini sopravvivono. Come associazione cerchiamo di supportare il reparto, ad esempio comprando delle culle- incubatrici termoregolate, che mantengono il giusto livello di umidità pur dando le possibilità di aprirle, in modo che il genitore può toccare il suo bimbo, il personale può fare determinate operazioni senza spostarlo e questo dà grandi vantaggi soprattutto pensando che i bambini nati qui, pesano veramente poco, 500g o poco più. Inoltre, cominciando a lavorare con la terapia intensiva neonatale, si è campito che le mamme avevano bisogno di un sostegno psicologico perché non si è mai pronti alla nascita di un bambino prematuro, ma non solo, anche il personale ne sentiva l’esigenza, e così ora è presenta una psicologa anche in questo reparto”.

Gioco forza dell’Associazione, sta proprio nel lavoro in stretta sinergia con il personale ospedaliero.

L’Obm Onlus è un’associazione di aiuto su più livelli, che cerca e indirizza varie aree di competenza per favorire il benessere in situazioni difficili, cercando di rispondere a più esigenze della famiglia e dell’Ospedale.


Alice&Maura

https://ospedaledeibambini.it/
OBM Ospedale dei Bambini Milano, Buzzi Onlus,
Via Castelvetro 28, 20154 Milano
Tel: 0257995359

domenica 28 febbraio 2016

Cinema e dintorni: la famiglia Berlier e gli adolescenti


Cari genitori... io volo! (non fatevi prendere dal panico!) 


Il film che vi proponiamo oggi per Cinema e dintorni lo dedichiamo a tutti i genitori.

La famiglia Berlier è un film del 2014 che racconta le avventure di una famiglia molto particolare composta da quattro componenti, di cui 3 sordomuti.
Protagonista è la giovane Paula, sedicenne non sordomuta che si pone come ponte tra i genitori, il fratello e il resto del mondo traducendo il linguaggio dei segni. Paula, tuttavia, è un'adolescente a tutti gli effetti: introversa, scontrosa e poco sicura di sé. A scuola scopre di avere un talento particolare: saper cantare. Motivata dall’insegnate di musica, decide di provare a entrare in una nota scuola di Parigi. Per prepararsi all’audizione studia la canzone Je Vole un brano della tradizione francese che ben racconta il processo di crescita dal punto di vista dei figli.

"Miei cari genitori io vado via
Vi voglio bene, ma vado via
Non avete più una bambina, stasera
Io non fuggo, io volo
Cercate di capire, io volo
Senza fumo, senza alcool
Io volo
Io volo"

Il film racconta con toni da commedia le difficoltà che i genitori di Paula hanno nell’accettare che la figlia possa scegliere di cantare e di andare via, lontano da loro. Trovo che il film descriva in modo brillante il momento in cui i figli adolescenti scoprono di avere delle ali che possono portarli lontano dal nido e il terrore che i genitori vivono scoprendo che queste ali possono portare lontano da loro: non solo fisicamente, ma anche come interessi. Il contrasto è reso evidente dal paradosso che il canto, a cui si appassiona Paula, sia una realtà totalmente irraggiungibile e incomprensibile per i suoi. Tuttavia il film ci mostra che un punto di incontro è sempre possibile!

Eccoci ancora una volta davanti ai compiti di sviluppo che ogni membro di una famiglia ha: per i figli imparare ad uscire da casa significa imparare a differenziarsi nella storia familiare e per i genitori si tratta di comprendere che allontanarsi da casa in senso più o meno figurato non è "smettere di voler bene". 



Cari genitori....Buona visione!

Alice







Fonti

Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

venerdì 26 febbraio 2016

Empowerment familiare a tu per tu con una famiglia

La famiglia: un'impresa con un pizzico di follia



"Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia. 
O più felice. 
O più esasperato. 
O più… sicuro."
(Jim Butcher)

Essere genitori di figli piccoli è sicuramente un'avventura meravigliosa, ma la vera sfida inizia quando i figli crescono e diventano maggiorenni.

Così abbiamo pensato di fare due chiacchiere con una famiglia di “adulti” due genitori e due figli grandi: una all’università e uno appena laureato. All’intervista hanno partecipato mamma Carla, papà Luca e Andrea. L’immagine con cui hanno scelto di rappresentarsi è questo angelo: un quadrifoglio che rappresenta la fortuna, ma anche l’unione di quattro personalità differenti.

Cosa significa per voi essere genitori?
Luca: essere genitore lo scopri solo vivendo perché giorno per giorno ci sono novità, ci sono improvvisazioni e ci sono un milione di cose che devi scoprire e che possono diventare bagaglio dell’esperienza che hai vissuto anche da figlio. Essere genitore è un’impresa (sorride) che giorno per giorno scopri. Ogni giorno c’è una pagina bianca da scrivere per essere genitore. Poi, non è detto che questa pagina sia buona o cattiva quindi è un lavoro lungo e difficile e non si sa mai se riesci..forse solo alla fine..capirai se hai fatto bene il tuo “lavoro” da genitore.
Carla: per me invece è una questione di dare e avere. Mi spiego, si parte come genitori quindi insegnando ai figli e prendendoli per mano. Pian pianino nel susseguirsi degli anni si capovolge la situazione, tu capisci che hai bisogno dei figli e sono loro a prenderti per mano. Se si riesce si instaura un rapporto bellissimo di complicità, perché secondo me la famiglia resta il luogo...non più sicuro del mondo, ma poco ci manca!...la mia famiglia è così, non la cambierei di una virgola. Essere genitori secondo me è questo: insegnare per un periodo della vita, imparare per altri. E poi comunque è un bel fardello. Su questo non ci piove...proverete ragazzi!
Andrea: secondo me essere genitore..non è un mestiere, ma una delle cose più difficili del mondo, lo definirei un equilibrio instabile, dove non sai mai se hai fatto bene o se hai fatto male, se hai dato troppo o dai dato poco..e quindi un equilibrio instabile.

Essere figlio
Andrea: Essere figlio è più facile, perché hai sempre qualcuno su cui puoi contare e hai qualcuno che può darti delle certezze nella vita che altre persone nella vita, al di fuori dei genitori, sicuramente non possono darti.
Essere una famiglia
Carla: beh la nostra famiglia è una bella impresa, nel senso che siamo quattro persone completamente diverse. Essere una famiglia, è come essere un genitore, una cosa bellissima perché hai delle persone sui cui puoi contare. La famiglia è sacra, è, come dicono, una chiesa domestica, perché qui si impara, qui o ti pieghi o ti spezzi o tiri su la testa e ti aiuti soprattutto, o ti fai forza l’uno con l’altro..magari ti mandi anche a quel paese, però sei sempre tu. A noi basta guardarci in faccia e ci capiamo.
Andrea: io uso la metafora della barca. Nel senso che a volte c’è chi è sull’orlo per andarsene e tutti fanno di tutto per tirarlo su. C’è chi è più in difficoltà in quel momento e quindi ha bisogno di essere aiutato, chi in quel momento è più forte e può aiutare, ma nella tempesta, che è la quotidianità delle nostre vite.. è la barca che rappresenta una famiglia, si sta tutti uniti e tutti devono cooperare per fare in modo che la barca superi le difficoltà e che nessuna vada perso. La barca va verso il mare aperto.
Luca: la famiglia è una cosa che si crea dal nulla...è un’unione. È una cosa che va avanti di continuo, è working progress. Perché le persone crescono e cambiano quindi bisogna sempre riconfrontarsi e ritrovarsi. Poi è vero che ci si ritrova, ci si aiuta, ci si scanna...però è sempre un legame indissolubile che anche quando non ci sarà più...sarà sempre un legame. Quando i figli andranno fuori casa... la famiglia non è che non ci sarà più...

Cosa vi hanno insegnato i vostri figli?
CarIa: i miei figli, sinceramente, mi hanno insegnato tante cose. Da genitore mi hanno insegnato che devi tirare fuori le unghie nel momento giusto, devi avere pazienza. Dal punto di vista culturale e intellettuale sono sempre loro ad aver insegnato a noi, su questo non ci piove, poi mi hanno insegnato anche dove io sbaglio il rispetto. Soprattutto Andrea mi ha insegnato il dare tanto agli altri. Con lui abbiamo imparato a metterci in gioco e a metterci alla prova: nel senso, le persone hanno bisogno e allora buttiamoci, che non è poco, eh, perché non è sempre facile al giorno d’oggi. Abbiamo anche un modo di parlare diverso, se mi vesto male loro te lo dicono. Da genitore ci sono delle cose che ti tengono al passo...ci sono anche cose difficili, ma è bello.
Luca: A un certo punto cominci ad imparare, cominci a capire il loro punto di vista, cominci ad apprendere e a capire come se ti trovassi dall’altra parte. In questo momento qua, più crescono più loro hanno da insegnarti, o meglio, ri-aggiornarti perché a volte ti rendi conto di avere dei paletti e una mentalità un po’ più ferma in confronto ai tempi che vanno e loro sono comunque più aperti e hanno delle menti più progressive. Vedono più avanti, ti danno consigli, ti aiutano..a stare a galla..mentre faresti più difficoltà. C’è sempre da imparare.

Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?
Mio papà mi ha insegnato l’umiltà, nel senso che mio papà mi ha sempre insegnato a essere umile, a prendere le cose per come sono, cioè non terra terra, ma imparare a guardare le cose sempre dal punto di vista molto materiale, fare meno voli pindarici, ma mettersi, rimboccarsi le maniche per ottenere i risultati perché quello è uno delle poche strade in cui la vita di può dare soddisfazioni. Giorno per giorno nell’impegnarsi nella quotidianità senza gesti eclatanti, ma soprattutto con costanza, si possono ottenere dei risultati. Un uomo di poche parole, ma di grandi gesti.
Mia mamma mi ha insegnato a sorridere alla vita. Perché qualsiasi cosa succeda mi ha insegnato a vedere i lati positivi, a prendere la vita con un sorriso.

Cosa vi piacerebbe lasciare ai vostri figli?
Carla: in questo momento lascerei ai miei figli la mia passione, io faccio sempre le cose buttandomi, magari sono anche un po’ così..e poi anche un po’ della mia pazzia. Perché se no la vita cosa sarebbe?
Luca: io la mia concretezza e la mia ponderatezza...cose che a volte recepiscono e a volte no. Altro non laascerei...perchè secondo me sono già abbastanza completi così.

Avete riconosciuto di cosa stiamo parlando? L'argomento centrale sono le transizioni, nello specifico le transizioni all'età adulta. Oggi, se ne identificano due tipi: il passaggio da adolescente a giovane adulto e il passaggio da giovane adulto ad adulto. Si tratta di una impresa che ogni famiglia vive e a cui partecipano genitori e figli in modo diverso. Quando i figli crescono arriva il momento di riconoscerli e differenziarli all’interno della storia familiare. Porsi domande come queste in famiglia, può essere un modo per iniziare a riconoscere il valore di ognuno e aprirsi alla crescita.

Alice

Fonti

Scabini, Iafrate, Alla ricerca del familiare, il modello relazionale simbolico, 2012

sabato 20 febbraio 2016

I compiti di sviluppo dei neo genitori

A modo tuo

Dopo avervi presentato cosa succede alle neo mamme, voglio oggi regalarvi, per la nostra Playlist, l’ascolto di una canzone stupenda che porto nel cuore, A modo tuo, cantata da Elisa e scritta da Ligabue. Cantata da una mamma e scritta da un papà!!

Ci tenevo a postarla in questo blog, perchè penso sia il riassunto più semplice, di come ci si può sentire quando si diventa genitori, mettendo a nudo paure e gioie autentiche che nascono nel tenere in braccio per la prima volta un piccoletto.

Alla soglia dei 28 anni, posso immaginare, con lo spirito materno che è in me, di poter dedicare questa canzone ad un figlio ipotetico che spero arriverà, ma nella realtà mi sento ancora molto figlia e guardando il video, mi inginocchio ancora all'altezza di Emma.

Questa canzone descrive in maniera semplice, quelli che vengono chiamati in psicologia Compiti di sviluppo. Ogni transizione, cioè ogni cambiamento e passaggio all'interno della famiglia, viene innescata da un evento critico, che tende ad un obiettivo: ognuno all'interno della famiglia, deve far fronte a questo evento con le risorse che possiede. La nascita di un bambino, può dirsi evento critico. Il compito di sviluppo ha una valenza sia affettiva, sia etica, esso implica infatti aspetti di cura e di rispetto per l'alterità dell'altro, aspetti di responsabilità e di lealtà, che vanno a legittimare la posizione generazionale altrui...i compiti sono quindi relazionali, ma anche intergenerazionali!

“Sarà difficile diventar grande
Prima che lo diventi anche tu
Tu che farai tutte quelle domande
Io fingerò di saperne di più
Sarà difficile
Ma sarà come deve essere
Metterò via i giochi
Proverò a crescere”

Non si è mai abbastanza grandi per essere padri e madri… e chi può dire il contrario?
… il cambio delle abitudini, l’aumento di responsabilità, i doveri, i valori… viene subito da gridare “Aiuto, aiuto!”.
Ma non ti preoccupare mamma, non ti preoccupare papà.
Pian piano crescendo insieme a voi, ho capito che anche se non siete onniscienti, anche se a volte ( e solo a volte!), commettete degli errori, siete sempre per me, i super eroi più super! Penso che le risposte e i consigli, che i genitori danno a noi figli siano sempre e solo per il nostro bene e più si diventa "vecchi", più lo si impara sulla propria pelle!
Ecco il primo compito di sviluppo, passare da figli a genitori, e il passaggio non è così immediato e facile e accanto a questo, promuovere la distinzione nonni/ genitori.

"Sarà difficile chiederti scusa 
per un mondo che è quel che è
io nel mio piccolo tento qualcosa
ma cambiarlo è difficile
sarà difficile
dire tanti auguri a te
a ogni compleanno
vai un po' più via da me"

Il secondo compito di sviluppo, consiste nella differenziazione e distinzione..il lasciare andare e il riconoscere il figlio come soggetto della relazione, diverso da sè, ma con cui condividere un'esistenza.

“Sarà difficile vederti da dietro
Sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori
Tutti i divieti
E le code che eviterai
Sarà difficile
Mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola
Quella che sarai”

Immagino non sia stato facile vedermi imparare a gattonare, camminare, allontanarmi sempre di più imparando a correre, saltare, andare in bicicletta, prendere la patente e poi volare col parapendio giù per la montagna; imboccare strade sbagliate, tornare indietro... sempre stando a debita distanza, quella distanza tipica di chi protegge ma non soffoca.

“Sarà difficile
lasciarti al mondo
e tenere un pezzetto per me
e nel bel mezzo del
tuo girotondo
non poterti proteggere
sarà difficile
ma sarà fin troppo semplice
mentre tu ti giri
e continui a ridere”

Come coniugi, i genitori dovranno poi legittimarsi a vicenda, supportare il proprio ruolo e il ruolo altrui, con le responsabilità che ne conseguono.


Semplicemente grazie...

“A modo tuo
andrai
a modo tuo
camminerai e cadrai, ti alzerai
sempre a modo tuo
A modo tuo
vedrai
a modo tuo
dondolerai, salterai, cambierai
sempre a modo tuo”

Buon ascolto!


Alla prossima!
Maura


Fonti:
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

venerdì 19 febbraio 2016

Empowerment e mamme: Ecco che da donna divento madre (Parte 2)

Storie di straordinaria quotidianità 
Una madre non dorme mai quando vuole. Essa è legata al sonno di suo figlio.
(Jean Gastaldi)


Dopo aver provato a capire cosa succede in teoria alle neomamme, passiamo ora alla concretezza!!
Abbiamo chiesto ad alcune mamme come è cambiata la vita dall’essere coppia ad essere genitore, quali sono state le gioie più belle e le difficoltà maggiori di questo passaggio, e come, l’avere accanto familiari, possa aiutare mamme e papà in questa avventura…
Nei prossimi post le loro risposte!

“Sarà un luogo comune... ma la vita ti si stravolge.
Questo è quello che mi dicevano tutti e negli "anni" che ho passato ad aspettare G. (si: anni perché ci è voluto veramente tanto tempo perché si decidesse ad arrivare) mi sono sempre chiesta in che modo sarebbe cambiata la nostra vita. Ero un po' preoccupata... avevo paura del "per sempre"... un bimbo arriva e sarai responsabile per sempre di questo cucciolotto. Ma per ora la vita ci è cambiata ma in modo più che positivo. E' tutto bellissimo. Ci sono alcuni momenti in cui io e mio marito ci chiediamo come fosse possibile la nostra vita senza di lui. I giorni scappano via veloci, siamo stanchi, veramente stanchi e mi chiedo... ma per che cosa mi stancavo prima? Adesso dormo poco e male, corro tutto il giorno, faccio sollevamento pesi, cucino, canto, ballo e raccolgo giochi da terra nello stesso momento e... sono contenta. Sono felice. Un bimbo è una gioia immensa, ti da una carica inimmaginabile. Mi sento di dire che è fondamentale per una coppia avere un cucciolo. Un bimbo arricchisce, ti fa crescere, ti fa vedere con altri occhi, ti fa amare come non avresti mai pensato...
E' ovvio, non sempre è facile, ti ritrovi da un giorno all'altro con un esserino da accudire e pensi: "e adesso che faccio?"... ma è la natura, il bimbo ti insegna e tu insegni a lui, e si cresce insieme e ci si corregge. Tante mamme lasciano poco spazio ai propri mariti, perché pensano non possano essere capaci. Io fin da subito ho "lasciato fare", ed è stato un bene perché adesso mio marito fa qualsiasi cosa... più o meno dai: all'outfit meglio che ci pensi io ;).
E vogliamo parlare dei nonni? Dio benedica i nonni perché senza sarebbe mille volte più difficile. Già da genitori sono fondamentali, da nonni poi conquistano quel valore aggiunto che ti salva in tante situazioni. Ti aiutano col bambino ma più che altro ti aiutano in tutte quelle faccende che nell'"avanti bimbo" erano piuttosto gestibili: stirare, cucinare, riordinare, lavarti, vestirti...
In conclusione, quindi, potrei dire che un figlio è la cosa più bella che possa capitare. Rafforza la coppia, perché si diventa famiglia, si scoprono nuovi aspetti del partner prima sconosciuti, c'è un vero e proprio rinnovamento, una nuova complicità. E per tutto questo e per molto altro ancora non posso che continuare a ringraziare.”

Mamma C

Continuate a seguirci per leggere la prossima esperienza!!!
Maura 

Empowerment e mamme: Ecco che da donna divento madre

Che succede alle neo mamme?


Vogliamo oggi parlare di una transizione delicata e speciale: il passaggio da donna a mamma.
L'immagine della maternità che oggi domina tra le neomamme non proviene più tanto dall'esperienza delle altre donne, ma dai messaggi, spesso falsi e fuorvianti, dei vari mezzi di comunicazione. In questo modo i consigli fioccano, spesso le amiche, le donne intorno alla neo mamma si sentono in dovere e in diritto di dare voce a pensieri che non sono più i propri, ma che sono costruiti sulla base di "Ho letto questa cosa", "Ho sentito dire questo", "La mia amica ha letto su internet..",  ecc ecc.
In una situazione di questo tipo, frustrazione e impotenza sorgono e crescono quando la realtà che ognuna vive si mostra diversa da quel "Ho letto questa cosa".
La maternità, è un evento centrale nella vita di una donna, a volte si passa l'intera giovinezza ad immaginarsi come sarebbe con un pargolo tra i piedi o guardandosi allo specchio e immaginandosi con la pancia.
Ma, non sempre le cose, vanno come le si erano immaginate. (Una nascita speciale)
Nella maggior parte dei casi, la nascita del primo figlio rappresenta un giro di boa che cambia drasticamente il modo in cui una donna guarda alla vita, a sè stessa, alla relazione che ha instaurato con il partner e al rapporto con la propria madre.
La donna, che fino a quel momento era abituata a considerarsi figlia, d'ora in avanti ricoprirà lo stesso ruolo della madre, dovrà cioè assumersi la responsabilità di un'altra Vita.
Non è solo l'organizzazione delle giornate a cambiare, ma l'intera identità!!! 
Chi di noi è mamma sa bene di cosa stiamo parlando, ma anche chi di noi non lo è può immaginare cosa può voler dire rimettere in gioco tutta sè stessa! 
In un'ottica di coppia, si dovrà cercare insieme di uscire da quell'isolamento tipico della vita a due, per far entrare nel proprio mondo il neonato. E' un cambiamento radicale.
Per affrontare con ottimismo questo passaggio, la neo mamma ha anche bisogno di sentire che la società valorizza la funzione che è chiamata a svolgere: ecco che entra in gioco la rete sociale oltre che familiare.
E' importante per le madri sentirsi riconosciute, sentirsi legittimate nella propria funzione materna che si esprime nella cura e protezione, nell'affetto e contenimento. 
La madre così serena e responsiva, costituisce un serbatoio psichico di fiducia e di speranza a cui il bambino potrà attingere per tutta la sua vita, riuscendo a contrastare le paure più profonde.

Ma, come possiamo aiutare le mamme a non scoraggiarsi? Ecco alcune semplici e divertenti frasi, tratte dal libro,Yell Less, Love More di Orange Rhino, che possono aiutarci:
  • "Ti ammiro. Dove trovi l'energia per fare tutto?". Una mamma spesso si sente a pezzi, le fatiche sono molte e le cose da fare anche, quindi sentirselo dire può essere una valida ricarica e aiutare ad uno sguardo di ammirazione nei propri confronti. 
  • "Stai facendo davvero un gran lavoro". Aiutare le mamme a sentirsi legittimare e sostenute nella propria funzione genitoriale è fondamentale, sopratutto quando chi sta intorno non fa altro che (Anche in buona fede!) sottolineare errori e mancanze. 
  • "So che è difficile". Non è facile ammettere le proprie difficoltà autonomamente, avere qualcuno vicino che le verbalizzi può aiutare a condividere fatiche e paure. 
  • "Hai delle impronte di mani sul sedere".  Può sembrare una frase sciocca, ma racchiude tutte le situazioni in cui ci troviamo di fronte a "ricordi" lasciati dei neonati: se il pantalone di una mamma è "condito" con delle impronte di mani è bene avvisarla e farsi una risata, ridimensionando l'imbarazzo. 
  • "Hai bisogno di un fazzoletto?". Questa frase semplice è indice di attenzione nei confronti di chi ci troviamo vicino. Spesso le giornate delle mamme sono frenetiche, stressanti, magari contornate da discussioni con colleghi o partner: la libertà di potersi sfogare in un pianto liberatore può aiutarle a esternare le loro difficoltà e a liberarsi di un pò di stress!
  • "Siamo tutte sulla stessa barca". I giorni no ci sono per tutte le mamme, ma spesso non ci si rende conto di quanto le difficoltà di ognuna sia condivisibili da altri! Sapere che si è tutte sulla stessa barca, può aiutare a superare le difficoltà e a trovare la forza di andare avanti.
  • "Lasciati aiutare". Se penso a mia mamma, forse la frase più difficile da dirle!! Le mamme difficiltmente chiedono aiuto, spesso sono abituate a sbrigare tutto da sole, la possibilità di avere un appoggio, anche in situazioni pratiche e semplici, può sollevarle da incarichi che, sommati, diventano macigni sulle loro spalle.
E voi mamme, cosa ne pensate? Queste frasi possono esservi d'aiuto?


Alla prossima!!
Maura & Alice

Fonti:
Gioia Viola Bartolo, 2003, L'amore che fa crescere il figlio, Che succede alle Neo mamme, Famiglia Oggi
Anna Oliviero Ferraris, 2003, Gli errori di una madre delusa, Che succede alle Neo mamme, Famiglia Oggi
Orange Rhino, 2014, Yell Less, Love More

martedì 16 febbraio 2016

"NON CE LA FACCIAMOOO!". I cambiamenti: la sfida quotidiana


Dove e come cercare le risorse quando si pensa di non farcela proprio?!



“Non ti chiedo miracoli o visioni ma la forza di affrontare il quotidiano."


De Saint Exupery



Ogni famiglia attraversa delle transizioni chiave nella sua vita, dei momenti cruciali della storia familiare che possono essere innescati da situazioni più o meno prevedibili e che possono essere caratterizzate da: 

· un ampliamento, come un matrimonio, una nascita o un’adozione;
· una perdita, come morti, separazioni, malattie invalidanti, fallimenti economici;
· la nascita di nuovi rapporti sociali, come l’inserimento a scuola dei bambini o nel mondo del lavoro
· passaggi meno marcati, come la transizione da adolescenti ad adulti

Questi momenti, che possono destabilizzare l’atmosfera familiare possono, tuttavia, essere affrontati insieme, dal momento che i loro effetti si ripercuotono sull’intera dinamica familiare. Questa esigenza di imparare ad affrontare insieme i periodi di passaggio è fondamentale soprattutto oggi perché la famiglia non segue più percorsi “normativi” ma sempre più personalizzati: se una volta era normale pensare che terminati gli studi superiori i figli andassero a lavorare e si preparassero ad andare a vivere da soli, oggi la situazione è molto cambiata e ogni famiglia vive un percorso a volte molto diverso. 

È importante ricordare la dimensione temporale di questi passaggi. Ogni evento, infatti, scatena un periodo di disorganizzazione, in cui la famiglia vive caoticamente e solo successivamente entra in una fase di ricerca di soluzioni che può portare a una fase di stallo, a una riorganizzazione o a una dissoluzione. È durante questa fase che la famiglia esce allo scoperto mettendo in mostra i suoi punti di forza e di debolezza ed è proprio questo il momento più adatto per pensare di chiedere aiuto. Durante i momenti di transito, infatti, si vive una situazione incerta in cui diventa centrale il tema della perdita: si tratta di affrontare il nuovo e di perdere la sicurezza di una situazione nota... un po’ di dolore è normale. Tuttavia, a causare difficoltà non è tanto la forza di un singolo evento di passaggio, quanto l’accumulo di sfide e di richieste che vengono fatte alla famiglia. Tipicamente ci si trova a gestire diversi eventi critici in contemporanea. Per esempio, oggi molto spesso il momento in cui i bambini iniziano a essere inseriti nel mondo della scuola è anche il momento in cui i nonni iniziano a invecchiare e in cui si manifestano le patologie croniche tipiche di questa fase della vita. È fondamentale, per il benessere di ogni componente, che la famiglia tenga ben a mente le risorse disponibili nei singoli individui, nel suo sistema e nella dimensione sociale che la circonda imparando ad organizzarle e a utilizzarle nel modo più efficace. 

Per questo motivo abbiamo pensato di cercare di individuare alcuni possibili risorse disponibili sul territorio di Milano per rispondere ad alcune fasi critiche che la famiglia può attraversare mentre si occupa di bambini o di anziani, per esempio. Ci sembra in questo modo di poter dare qualche spunto di riflessione sulle opportunità disponibili, favorendo la ricerca di nuove soluzioni creative. Queste risorse sociali si vanno a sommare alla risorse individuali e alle caratteristiche peculiari di ogni famiglia, in aggiunta ad alcuni “compiti” tipici che ogni famiglia dovrebbe tenere a mente... curiosi? 


Continuate a seguirci! 

Alice 






Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

venerdì 12 febbraio 2016

La cura in famiglia: crescita per sè, crescita per l'altro

I circoli virtuosi che fanno bene: ieri, oggi e domani 


"Lui non si ricordava di essere mai stato abbracciato così, come da una mamma."
J. K. Rowling

Il senso comune sembra averci abituato a pensare che la funzione di cura e di accudimento spetti alla figura femminile, alla mamma. Tuttavia la cura, intesa come l’apertura verso l’altro da sé è da individuare come caratteristica peculiare dell’adulto maturo che trova la realizzazione di sé anche nell’accudimento verso un altro. Dunque, se la realizzazione del sé passa attraverso il legame tra le persone, la natura dei rapporti sociali che si intrattengono diventa essenziale.
Questo è sottolineato dalla stessa accezione di benessere che la psicologia teorizza negli ultimi anni: benessere è da intendere come uno stato spirituale e psicologico globale che permane tutta la dimensione umana. In particole Ryff e Singer, evidenziano come il benessere sia un costrutto multidimensionale a cui concorrono l’accettazione di sé, l’autonomia, la padronanza ambientale, lo scopo di vita, la crescita personale e...i buoni legami, le relazioni sociali che ognuno di noi intrattiene e in cui mette in gioco fiducia, capacità di amare ed empatia.
Il benessere individuale prende così sempre più la forma di qualcosa in relazione con altri, qualcosa di sociale. La realizzazione del singolo, potremmo dire che viene mediata anche dalla rete di relazioni affettive e quindi anche dalla famiglia. Lavorare sul benessere individuale, quindi, diventa occuparsi anche del benessere familiare dando spazio alle relazioni interpersonali familiari che si spendono nella dinamica dare/ricevere. La famiglia così, in linea con l’idea di cura come realizzazione del sé, diventa luogo di crescita personale e autorealizzazione.
Facile sulla carta, facile per chi scrive direte voi. Però la vita a un certo punto si complica. Non si tratta più solo di prendersi cura di un neonato. A un certo punto qualcuno soffre, è in difficoltà, sta male.
Quando si inizia ad avvertire “la nostalgia per il tempo della pienezza”, il dolore o la paura per la morte, la famiglia dovrebbe mettere in gioco la dimensione della riconoscenza, coinvolgendo in questo processo tutte le generazioni. In questa fase arriva il momento di ri-conoscere ciò che si è donato, ciò che è stato ricevuto, le gioie, i dolori, i successi e i fallimenti. Tutto questo è essenziale quando a questa transizione si avvicinano i nonni. Questo è il momento in cui fare il bilancio in positivo per la propria vita e per dare spessore all’eredità della cura. La riconoscenza va curata, coltivata e sviluppata in modo da aiutare le altre generazioni a riconoscere il patrimonio che la propria storia familiareporta con sé. È importante per il benessere del singolo e del sistema familiare che questo bilancio venga compiuto in modo generativo soprattutto quando uno dei familiari fa da caregiver a un genitore. È questo il momento in cui i figli, a cui è stata donata la vita, che sono stati abbracciati e assistiti riconoscono il dono della vita ricevuta e hanno il desiderio di ricambiarlo.
Ma il valore della cura non si ferma qui, si inserisce nella storia familiare. Cresce e trasmette il gesto di cura alle generazioni successive, arricchendo il patrimonio culturale e spirituale, costruendo di volta in il volta il valore di ciò che si è ricevuto. La cura della ri-conoscenza così si trova a rafforzare e a sostenere lo sviluppo dei legami, favorendo la circolazione del dono. Sono la cura e l’accudimento a rendere la famiglia un contesto di crescita e di benessere (o di malessere). In questa ottica l’empowerment diventa l’unica strategia possibile di intervento con la famiglia, dato che il soggetto diventa portatore di una competenza, da riscoprire, valorizzare o sviluppare, che può aiutarlo a confrontarsi con la sua realtà. Si tratta di dare solidità e ricchezza al legame, andando a sviluppare o a risvegliare quelle competenze latenti ora nel singolo ora nei legami.

Prendersi cura dell’altro, ovviamente rispettando se stessi, i propri limiti, il proprio benessere e ciò che si è. Riconoscere il dono della vita significa anche questo.

A prestissimo con un film che racconti un po’ la cura!

Alice


Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003
Erikson, The life cycle completed: a review, 1984
Mazzoleni, Empowerment familiare – il lavoro psicosociale, 2004
Lezioni della prof.ssa M. Ciceri durante il corso di Psicologia del benessere soggettivo e intersoggettivo, 2015

martedì 2 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Empowerment e Frozen – Il regno di ghiaccio,

A lezione di empowerment...da Elsa!


Oggi inauguriamo una rubrica che ci accompagnerà alla scoperta del benessere familiare attraverso Cinema e dintorni, un momento di incontro tra due mondi affascinanti: psicologia e cinema!

Iniziate a segnarvi il titolo del primo film per non rimanere indietro!

Frozen, il regno di ghiaccio è uno degli ultimi classici prodotto dalla Disney. Fin da subito apprezzato da grandi e piccoli, può essere letto come una manifestazione e una non manifestazione di empowerment.

La storia narra le vicende di Elsa, una bambina un po’ speciale che ha il dono del ghiaccio e di sua sorella Anna. Il potere di Elsa si manifesta fin dall’infanzia e ben presto sembra pericoloso: giocando, infatti, colpisce alla testa la sorella. Tuttavia Anna si salva grazie al pronto intervento di troll guaritori, che sollecitano Elsa a imparare a controllare i suoi poteri, legati, a loro dire, alla paura. I genitori, scelgono una via molto più rapida: la diversità di Elsa può essere pericolosa, è necessario allontanarla dalla sorella. Ecco qui una situazione in cui un po’ di empowerment e un po’ di sostegno esterno sarebbero stati molto utili per la piccola Elsa e per aiutare i genitori a gestire questa situazione. Purtroppo i suoi genitori decidono di affrontare la questione “in vecchio stile”: Elsa è diversa dagli altri, se non può essere come gli altri è meglio allontanarla per proteggere lei e gli altri. Commentando il film con mia nonna mi ha fatto notare che “prima di tutte le cose che studi tu si faceva così...persino con i mancini!”.


Oggi come potrebbe essere gestita una situazione del genere?

La vita di tutti i giorni ci mette davanti a ostacoli che sembrano superabili solo ignorandoli o scappando. Ignorare una difficoltà che si manifesta in famiglia è negare il proprio aiuto e non prendersi cura di chi si ha intorno. Quando si ha la sensazione di non farcela è il momento di guardarsi intorno e di scoprire le risorse che abbiamo o nel caso, provare a chiedere aiuto.

Elsa ci insegna anche che cosa è l’empowerment, sulle note di Let it go, sceglie di accogliere la sua diversità e di vivere con se stessa. Ecco che la vediamo scegliere di avere potere di azione sulla sua vita e il controllo dell’ambiente, al punto di riuscire a costruire un castello di ghiaccio! Certo in questa canzone vediamo l’inizio di questo processo di presa di coscienza e di potere sulla sua diversità, l’apoteosi la raggiunge al termine del film, grazie al sostegno e all’amore della sorella Anna.

Vi siete mai sentiti un po’ come Elsa?


Alice