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Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

Visualizzazione post con etichetta cura. Mostra tutti i post
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mercoledì 11 ottobre 2017

Tremate tremate.. le (quasi) psicologhe sono tornate!

Aria di cambiamenti da Empowerment! 




Dopo aver fatto sempre la stessa cosa nello stesso modo per due anni, inizia a guardarla con attenzione.
Dopo cinque anni, guardala con sospetto.
 E dopo dieci anni, gettala via e ricomincia di nuovo tutto.

Alfred Edward Perlman



Eccoci di nuovo qua. Finalmente si torna a casa, da Empowerment, dopo una lunga sosta che non ci ha di certo viste inoperative.

Dove eravamo rimasti? Quando nel 2016 è nato il blog eravamo alle prese con il primo anno di laurea magistrale, oggi il percorso di studi è finito.. siamo due dottoresse in psicologia! e abbiamo una gran voglia di raccontarvi quali sono gli argomenti che abbiamo approfondito in questo periodo di silenzio. 

Inoltre, tra qualche giorno iniziamo il tirocinio, ultimo tassello prima della abilitazione per essere psicologhe.  

Per questo abbiamo deciso di riprendere in mano la nostra creatura e di riadattarla al contesto in cui ci troviamo ora e ai bisogni ed esigenze che piano piano stanno nascendo.
Parleremo sempre di empowerment familiare e di come sia possibile potenziare le nostre risorse, ma vi presenteremo anche i nostri lavori di tesi e i progetti che stiamo portando avanti in università!

Come sempre, le avventure che ci aspettano sono parecchie.. se avete voglia di esserne ancora partecipi.. continuate a seguirci! 

Alice&Maura

domenica 8 gennaio 2017

Lutto ed empowerment: un ossimoro?

Piccoli consigli per imparare a perdere 

“Come accade spesso ci misero un po’ a ricordarsi che, quando muore qualcuno, agli altri spetta di vivere anche per lui- altro non c’è di adatto.”
Alessandro Baricco




La nostra esistenza è caratterizzata dalla perdita.

Perdiamo tempo,
perdiamo le chiavi di casa,
perdiamo i treni,
perdiamo i capelli,
perdiamo le parole,
perdiamo i calzini,
perdiamo la pazienza,
perdiamo il lavoro,
perdiamo le persone a cui vogliamo bene.
Come si fa?



L’emozione di quando si perde qualcosa di importante è il lutto. Ebbene sì, il lutto è un’emozione specifica. Non è  solo dolore o tristezza quello che proviamo al termine di una storia d’amore o di amicizia, al termine di un contratto di lavoro o quando una persona a noi cara viene a mancare. La scelta predominante è quella di chiudersi in se stessi e dimenticare il più possibile, in modo da anestetizzare il dolore. Aiuta? Forse.

Sappiamo però che il lutto ha 5 tappe, che possiamo attraversare molto velocemente o molto lentamente. Ma sono tappe che val la pena attraversare!

  1. Negazione o rifiuto, il meccanismo di difesa più celebre che equivale a dire “non è mai successo”;
  2. Rabbia, spesso si contraddistingue per essere generalizzata verso l’esterno, impedendo di conseguenza agli altri di prendersi cura di chi soffre;
  3. Contrattazione o patteggiamento, riguarda l’idea che la perdita o la morte possa essere rimandata;
  4. Depressione, servono spiegazioni?! È il momento del dolore, del pianto e della ricerca di solitudine;
  5. Accettazione, comprensione dei fatti avvenuti e superamento. Nel situazioni in cui si perdono persone care può essere facilitata dalla costruzione di ricordi condivisi con altri membri della famiglia in modo da spostare la persona che si è persa da “fuori” a “dentro”.
Tappe fondamentali che ci permettono di vivere in modo resiliente e positivo anche una situazione spiacevole come... perdere. Serve forse imparare a prendersi del tempo anche per perdere e per ritrovare il senso, tempo per rincominciare, 

 A presto,
Alice e Maura 

lunedì 11 luglio 2016

Empowerment e la scelta di una vita: Felicità o Benessere?

Dottore che sintomi ha la felicità?


"Il concetto di responsabilità poggia su una visione dell'individuo profondamente e intrinsecamente positiva secondo la quale il soggetto è innanzitutto portatore di risorse. Conseguentemente il benessere non si qualifica solo come assenza di patologia ma soprattutto come messa a frutto e piena espressione di tali risorse."
(Balzarotti & Biassoni) 





Rubo questa domanda provocatoria dallo stato di Whatsapp di un amico e da una canzone di Jovanotti e ve la giro: 

Secondo voi che sintomi ha la felicità?

Come siamo quando siamo felici?

Come stiamo quando siamo felici?

I Negrita anni fa hanno provato a rispondere parlando di rumori con "Che rumore fa la felicità?".  Aldo Giovanni e Giacomo insieme a Samuele Bersani si dicevano:“Chiedimi se sono felice”.
Tante le domande, poche le risposte.
C’è anche chi parla di totale assenza di malattia, chi di appagamento, chi di obiettivo da raggiungere nella vita. 

E la psicologia?

Gli psicologi ci dicono che non possiamo essere felici per tutti la vita. 
Ma tranquilli, non è una brutta notizia. 
Felicità o gioia in psicologia sono, infatti, emozioni e per definizione si tratta di uno stato transitorio e momentaneo. E noi non ci accontentiamo di stati transitori e momentanei.

Noi vogliamo stare bene sempre giusto?

Ecco, allora si parla di benessere.
La domanda quindi cambia: “dottore che sintomi ha il benessere?”. 
E forse abbiamo la risposta. 

Gli scienziati hanno scoperto che il nostro cervello è predisposto per provare felicità e farci sperimentare benessere, esiste infatti una sola area che, se lesionata, rende impossibile provare emozioni piacevoli. Ho un’altra bella notizia: si trova in una regione molto profonda ed è praticamente impossibile comprometterla! 

I sintomi del benessere, invece, possono essere così riassunti: 
  • Avere un atteggiamento positivo verso se stessi che parte dall’abilità di esplorare i propri limiti per arrivare a una valutazione positiva della persona che si è. 
  • Avere buoni legami con altre persone caratterizzati da sentimenti di fiducia ed empatia. Tutto questo grazie alla capacità di amare e di prendersi cura dell’altro che ognuno di noi ha. 
  • Essere autonomi, che non significa vivere da soli e non dipendere economicamente da nessuno ma essere capaci di prendere scelte determinanti da soli, sentirsi indipendenti nell’affrontare il mondo e non sentirsi influenzati dall’opinione altrui mentre si prende una decisione. 
  • Essere capace di individuare, scegliere o creare un ambiente adatto alla propria psiche (chiamiamola anche anima se ci va!). A questa capacità si lega anche l’abilità di modificare, trasformare e controllare ambienti complessi con creatività. (tranquilli non si riferisce solo ad addobbare in modo creativo la propria camera!) 
  • Avere uno scopo di vita che dia senso e direzione alla propria vita, supportato da convinzioni e valori profondi. 
  • Percepire un continuo sviluppo del proprio potenziale e avere la tendenza a cercare il confronto con nuove sfide e compiti. 

Non fatevi prendere dalla paura: non è necessario avere tutti questi “sintomi” perché anche solo uno influenza la percezione degli altri!

Il benessere, inoltre, non è una mera condizione o del corpo o della mente è qualcosa che proviamo in un coinvolgimento completo con la nostra corporeità, indipendentemente dal nostro livello di salute. 

Oggi abbiamo fatto il pieno di buone notizie, vi sentite anche voi un  po' rigenerati? 

Voi che sintomi avete?


Alice&Maura 

sabato 25 giugno 2016

Fiabe ed empowerment - La coppia che non tutti si aspettano

Una fiaba al giorno per crescere ogni giorno

Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. 
I bambini sanno già che i draghi non esistono. 
Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.


(Gilbert Keith Chesterton)



Ecco spiegato il motivo per cui Cinema e dintorni è così pieno di fiabe appartenenti all’universo cinematografico. La fiaba, infatti, è per il bambino così come per l'adulto è un luogo sicuro in cui conoscere e sperimentare emozioni molto profonde che all’interno della trama diventano eventi controllabili e gestibili. L’incanto del “C’era una volta” non nasce tanto dalla descrizione di imprese straordinarie, ma dalla capacità che la storia narrata ha di raccontare dilemmi esistenziali. Con un piccolo sforzo di memoria ricorderete che la maggior parte delle fiabe mostra una struttura di base molto simile: l’eroe si allontana da casa, intraprende un viaggio (spesso insieme a persone della sua età), supera degli ostacoli e alla fine trova un partner con cui unirsi nel fantomatico “vissero per sempre felici e contenti”

Perché? 

Le fiabe raccontano i compiti di sviluppo in una forma semplice, tramandabile e facilmente memorizzabile. 

Le fiabe raccontano che è possibile superare le difficoltà del quotidiano, ma anche l’orrido che la vita, a volte, porta con sé. 
Come se non bastasse tutto questo, le fiabe, con la loro totale non curanza delle leggi morali (uccidere nelle fiabe è considerato legale e nessuno si è mai arrabbiato con il protagonista perchè ha ucciso qualcuno) ci aiutano a identificarci nel protagonista buono e virtuoso della saga, facendoci sperimentare benessere. Confessate...chi di voi non ha desiderato almeno una volta essere Harry, Hermione o Ron nella lotta contro Voisapetechi

Perché le fiabe non sono solo per bambini!

Le fiabe piacciono anche agli adulti: basti pensare al mondo delle serie tv, al cinema o ai romanzi. Sempre più spesso la narrazione ci offre storie che rispettando questi criteri: Harry Potter, Pretty Woman, Frozen, Zootropolis, Ribelle, Twilight, le saghe Marvel, Grey's Anatomy, Once upon a time... sono solo alcuni dei tanti titoli che raccontano fiabe anche agli adulti! 

E voi a che fiaba siete affezionati?


Ma che cosa è lo storytelling?


È ed è sempre stato parte della realtà. 

Dedicarsi allo storytelling significa narrare la realtà stessa,
permettere di divenire più consapevoli del proprio agire.

 La narrazione cura le paure.
 I bambini chiedono una favola prima di andare a letto ed entrare nel buio.

(Alessandro Baricco)






Alice & Maura


Fonti

Ciceri, M,R, Mente interattiva. Linguaggi e competenze, Omega, Torino, 2004

martedì 15 marzo 2016

ADHD, un campus per famiglie

Chiacchiere al telefono con la dott.ssa Sgroi


“Là dove vi è la sfida di un ragazzo che cresce, là vi sia un adulto a raccogliere tale sfida.”
(Winnicot)


Nella settimana sull'ADHD abbiamo contatto la dott.ssa Sgroi che, in collaborazione con il Servizio di Psicologia dell’Apprendimento e della Educazione (SPAEE) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Associazione Italiana Famiglie ADHD AIFA Onlus, ha organizzato il campus estivo ADHD family training, pensato per famiglie con bambini affetti da ADHD, per farci raccontare da una esperta il ruolo chiave che la risorsa famiglia gioca all’interno di una diagnosi di questo tipo.

La terapia elettiva per l’ADHD è la terapia multimodale: significa offrire un intervento alla famiglia, alla scuola e al bambino.

L’intervento alla famiglia, detto Parent Training, è la parte fondante di tutta la terapia dato che il bambino trascorre la giornata con la famiglia. I genitori, attraverso il Parent Training, imparano alcune strategie relazionali idonee ad aiutare il figlio a migliorare il suo comportamento e a superare i suoi ostacoli. Vi sono, poi, interventi educativi, detti Child Training, rivolti al bambino, che hanno lo scopo di migliorare alcune aree deficitarie come l’attenzione, il comportamento impulsivo, le abilità sociali. Di solito questi due interventi vengono affrontati in modo separato e la famiglia sa poco di quello che fa il bambino e il bambino non sa cosa fanno i genitori “Così abbiamo pensato, anche sulla base delle poche esperienze italiane e alcune fatte all’estero, di offrire una esperienza di campus familiare. Abbiamo pensato di unire anche l’aspetto della vacanza per rendere più piacevole la situazione. Tutto parte da qui, poi si è cercato un posto di vacanza comodo per dare la possibilità di partecipare a tutte le famiglie d’Italia, quindi non lo facciamo in provincia di Milano ma a Massa, comodo per le famiglie di altre regioni.

 “Le necessità fondamentali di un bambino con ADHD sono quelle di poter vivere con dei ritmi prevedibili, quindi, una organizzazione delle regole con delle routine che non cambiano mai”. Tutto questo perchè il disturbo ADHD porta il soggetto a vivere caoticamente, quindi è necessario che la quotidianità sia regolata. Questo è possibile soprattutto grazie alla famiglia. “Per esempio è importante aiutare il bambino a svegliarsi sempre alla stessa ora e compiere sempre gli stessi gesti, non in modo da diventare robot, però da dare la possibilità di automatizzare. Per esempio: uno la mattina si alza e tira su i bambini per portarli a scuola, non sono ADHD e allora in base al momento “dai vieni prima tu!” o “fai prima la colazione e poi ti vesti!” o “senti, vestititi che intanto ti preparo la colazione!”. Con un bambino ADHD è importante stabilire delle sequenze che vanno sempre rispettate, perché il bambino ADHD tende a procrastinare e si distrae facilmente: se le azioni da compiere non sono automatizzate, quindi non devono essere decise momento per momento, anche solo il semplice alzarsi la mattina e andare a scuola può diventare un problema per tutta la famiglia! Al campus si è lavorato soprattutto su questa dimensione durante il Parent Training: insegnare queste regole e costruire insieme dei planning della giornata per aiutare meglio i genitori a organizzarsi.

Inoltre, il Parent Training fornisce supporto alla famiglia nel modificare gli interventi educativi. Di solito, infatti, gli schemi educativi tradizionali, prevedono che se un bambino fa qualcosa viene punito. Con un bambino ADHD che meriterebbe sempre di essere sgridato, perché il suo deficit neurobiologico lo spinge ad agire impulsivamente e distrattamente e iperattivamente, un eccesso di punizioni e di sgridate va a sommarsi a tutte le critiche che riceve negli altri ambiti e quindi “bisogna un po’ salvaguardare l’autostima di questi ragazzi”.  Si suggerisce  quindi ai genitori di modificare i loro interventi educativi mettendo piuttosto in risalto le risorse positive dei loro figli. Si suggerisce anche di utilizzare premi e gratificazioni che,  se associate al comportamento corretto, favoriscono il ripresentarsi di tale comportamento. Dunque, si insegna ai genitori come e quando punire modificando il comportamento educativo tradizionale.

I genitori hanno la possibilità di aiutare i figli anche nello sviluppo relazionale. “I genitori possono, vivendo con loro tutti i giorni, favorire le occasioni di socializzazione ma anche suggerire le modalità corrette di relazionarsi che spesso i bambini con ADHD non hanno”.

Ai genitori inoltre, durante il Parent Training, è indicato come migliorare la vita scolastica del bambino: qual è l’aiuto più efficace per i compiti a casa, come migliorare il dialogo scuola-famiglia (essenziale come supporto allo studente), ecc. 

Del campus ci saranno altre edizioni. Sarà la struttura organizzatrice a divulgare l’informazione attraverso i canali più consoni che possono essere i pazienti dei professionisti coinvolti, le neuropsichiatrie territoriali, i centri ADHD e le associazioni di famiglie.


Continuate a seguirci.. nel weekend nuovi spunti!

Alice&Maura

lunedì 7 marzo 2016

Una mattinata al Buzzi in compagnia dell'Obm

Un'ospedale a misura di famiglia 


"Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio"
(Proverbio africano)


L’Obm, Ospedale bambini Milano, è un’associazione nata nel 2004 per supportare l’Ospedale Vittore Buzzi, in tutti quegli aspetti dove le risorse pubbliche fanno fatica ad intervenire.

L’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano è da 100 anni a Milano, in Lombardia e in tutta Italia, centro di riferimento per la cura specialistica in campo materno e infantile. Ogni anno partoriscono oltre 3.500 donne e vengono curati in Terapia Intensiva Neonatale circa 400 neonati prematuri. I reparti di Pediatria, Chirurgia, Ortopedia e Terapia Intensiva si prendono cura ogni anno di migliaia di bambini, accompagnandoli verso la guarigione o il miglioramento delle loro condizioni. Solo nel 2014 si sono rivolte al Pronto Soccorso Pediatrico oltre 20.000 famiglie e non solo residenti a Milano.

Abbiamo intervistato Antonella Conti, una delle due responsabili dell’Obm, che insieme ad un gruppo di volontari, si occupa di sostegno e aiuto alle famiglie che si trovano in questo Ospedale.
La Onlus si occupa di tre aree principali:
-    - Supporto tecnologico: l’Obm Onlus, si preoccupa di acquistare strumenti diagnostici e non, che possano fare la differenza. Dal momento che la tecnologia avanza, è importante essere sempre al passo con i tempi.
-        -  Umanizzazione: rendere l’accesso e la permanenza al Buzzi più lieve è un obiettivo importante: ogni ricovero in ospedale, per quanto corto che sia, non è mai un’esperienza molto piacevole, attraverso varie attività che intrattengano bambini di tutte le età o piccoli accorgimenti (come ad esempio il televisore in camera, rendere più accoglienti gli spazi, l’associazione cerca di rendere questo impatto meno traumatico.
        -  Accoglienza: questo campo, che come ci racconta Antonella si è sviluppato un po' per caso, ora è un ambito in espansione. “Tempo fa, una famiglia ci ha proposto un appartamento in comodato d’uso e pian piano, da lì l’attività si è ampliata e ora abbiamo tre appartamenti per 4 famiglia: per chi viene da fuori regione, circa il 30% utenza, questo è un servizio fondamentale, che permette di stare vicino al bambino in ospedale gratuitamente. Le case sono sempre piene! Stiamo cercando di avere delle camere, con spazi in comune magari, dove può alloggiare un genitore.”
Per l’Obm Onlus il servizio di Accoglienza è molto importante, pur non essendo l’attività principale, proprio perché: “Nel momento in cui diamo un appartamento non ci occupiamo solo dell’abitazione, dietro alla casa e accoglienza abitativa, spesso restano da gestire e prendere in considerazione altre problematiche, spesso per alcuni genitori è il primo viaggio così lungo con bambini. Per questo, mentre all’inizio tutto questo era gestito dall’ufficio relazioni con il pubblico, all’inizio gestito dall’uff relazioni con il pubblico, successivamente si è pensato di prendere in carico l’accoglienza “completa” delle famiglie da parte di Obm. I genitori sono spesso preoccupatissimi di come muoversi a Milano. Sappiamo che dietro a tutte le famiglie c’è una storia, ci sono bisogni diversi. A volte arriva qui a Milano la mamma da sola e allora la si accompagna all’interno dell’ospedale per tutte le visite e controlli, o magari arrivano coppie giovanissime molto in ansia, con una gravidanza a rischio, o famiglie straniere dove li si aiuta un po' in tutto anche per via della lingua.

L’attività di Obm Onlus, si è adattata pian piano alle diverse situazioni che si sono presentate, avendo come obiettivo principale quello di rispondere a bisogni dove ci sono necessità.
La mission è il sostegno alla famiglia in senso ampio, in prima persona o cercando e indirizzando verso figure professionali che possono essere d’aiuto. L’obiettivo è quello di essere un punto di riferimento all’interno di un ambiente grande e spesso dispersivo quale è l’ospedale.  
Per questo “Dal 2010 è stato attivato un sostegno psicologico per le famiglie che accedono al reparto chirurgia, sia in caso di ricovero sia in caso di prestazioni ambulatoriali. Ci sono per questo due psicologhe che sono in pianta stabile in chirurgia pediatrica, l’area più problematica, dove anche se i ricoveri sono spesso brevi, ma dove le patologie affrontate sono complesse. Le psicologhe agiscono in stretto contatto con i medici, fanno con loro il giro visita, e se ci sono necessità o particolari problematiche, si mettono in contatto con la famiglia, con i genitori, o con il bambino se abbastanza grande”.
L’impegno però non si ferma qui, infatti si cerca di seguire la famiglia anche dopo le dimissioni: “Se le famiglie vivono fuori Milano, al momento delle dimissioni, le psicologhe provvedono a mettere i genitori in contatto con i servizi territoriali, individuando centri adeguati. Per le famiglie che vivono a Milano invece, continuano ad essere seguite qui al Buzzi”
Il sostegno offerto da Obm Onlus è gratuito, e anche gli appuntamenti di follow up con le psicologhe sono supportate dall’associazione.
Oltre a questi servizi, i volontari offrono anche un servizio serale: “Il servizio serale fa lettura pre sonno. Anche questo servizio è nato da un’occasione: creando un gruppo di volontari pian piano ci si è accorti che non erano presenti la sera, e quindi abbiamo pensato di organizzare questa attività che si è rivelata molto apprezzata anche dai genitori e non solo dai bambini.”

Un altro ambito di interesse è il sostegno ai bambini prematuri e alle loro famiglie: “Ad oggi, qui in ospedale, ma anche in generale, i bambini prematuri, per vari motivi, sono in aumento, e molte mamme con gravidanze a rischio si recano qui al Buzzi dove, grazie anche alla presenza della Terapia della gravidanza e della Terapia neonatale, sempre più bambini sopravvivono. Come associazione cerchiamo di supportare il reparto, ad esempio comprando delle culle- incubatrici termoregolate, che mantengono il giusto livello di umidità pur dando le possibilità di aprirle, in modo che il genitore può toccare il suo bimbo, il personale può fare determinate operazioni senza spostarlo e questo dà grandi vantaggi soprattutto pensando che i bambini nati qui, pesano veramente poco, 500g o poco più. Inoltre, cominciando a lavorare con la terapia intensiva neonatale, si è campito che le mamme avevano bisogno di un sostegno psicologico perché non si è mai pronti alla nascita di un bambino prematuro, ma non solo, anche il personale ne sentiva l’esigenza, e così ora è presenta una psicologa anche in questo reparto”.

Gioco forza dell’Associazione, sta proprio nel lavoro in stretta sinergia con il personale ospedaliero.

L’Obm Onlus è un’associazione di aiuto su più livelli, che cerca e indirizza varie aree di competenza per favorire il benessere in situazioni difficili, cercando di rispondere a più esigenze della famiglia e dell’Ospedale.


Alice&Maura

https://ospedaledeibambini.it/
OBM Ospedale dei Bambini Milano, Buzzi Onlus,
Via Castelvetro 28, 20154 Milano
Tel: 0257995359

domenica 28 febbraio 2016

Cinema e dintorni: la famiglia Berlier e gli adolescenti


Cari genitori... io volo! (non fatevi prendere dal panico!) 


Il film che vi proponiamo oggi per Cinema e dintorni lo dedichiamo a tutti i genitori.

La famiglia Berlier è un film del 2014 che racconta le avventure di una famiglia molto particolare composta da quattro componenti, di cui 3 sordomuti.
Protagonista è la giovane Paula, sedicenne non sordomuta che si pone come ponte tra i genitori, il fratello e il resto del mondo traducendo il linguaggio dei segni. Paula, tuttavia, è un'adolescente a tutti gli effetti: introversa, scontrosa e poco sicura di sé. A scuola scopre di avere un talento particolare: saper cantare. Motivata dall’insegnate di musica, decide di provare a entrare in una nota scuola di Parigi. Per prepararsi all’audizione studia la canzone Je Vole un brano della tradizione francese che ben racconta il processo di crescita dal punto di vista dei figli.

"Miei cari genitori io vado via
Vi voglio bene, ma vado via
Non avete più una bambina, stasera
Io non fuggo, io volo
Cercate di capire, io volo
Senza fumo, senza alcool
Io volo
Io volo"

Il film racconta con toni da commedia le difficoltà che i genitori di Paula hanno nell’accettare che la figlia possa scegliere di cantare e di andare via, lontano da loro. Trovo che il film descriva in modo brillante il momento in cui i figli adolescenti scoprono di avere delle ali che possono portarli lontano dal nido e il terrore che i genitori vivono scoprendo che queste ali possono portare lontano da loro: non solo fisicamente, ma anche come interessi. Il contrasto è reso evidente dal paradosso che il canto, a cui si appassiona Paula, sia una realtà totalmente irraggiungibile e incomprensibile per i suoi. Tuttavia il film ci mostra che un punto di incontro è sempre possibile!

Eccoci ancora una volta davanti ai compiti di sviluppo che ogni membro di una famiglia ha: per i figli imparare ad uscire da casa significa imparare a differenziarsi nella storia familiare e per i genitori si tratta di comprendere che allontanarsi da casa in senso più o meno figurato non è "smettere di voler bene". 



Cari genitori....Buona visione!

Alice







Fonti

Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

venerdì 26 febbraio 2016

Empowerment familiare a tu per tu con una famiglia

La famiglia: un'impresa con un pizzico di follia



"Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia. 
O più felice. 
O più esasperato. 
O più… sicuro."
(Jim Butcher)

Essere genitori di figli piccoli è sicuramente un'avventura meravigliosa, ma la vera sfida inizia quando i figli crescono e diventano maggiorenni.

Così abbiamo pensato di fare due chiacchiere con una famiglia di “adulti” due genitori e due figli grandi: una all’università e uno appena laureato. All’intervista hanno partecipato mamma Carla, papà Luca e Andrea. L’immagine con cui hanno scelto di rappresentarsi è questo angelo: un quadrifoglio che rappresenta la fortuna, ma anche l’unione di quattro personalità differenti.

Cosa significa per voi essere genitori?
Luca: essere genitore lo scopri solo vivendo perché giorno per giorno ci sono novità, ci sono improvvisazioni e ci sono un milione di cose che devi scoprire e che possono diventare bagaglio dell’esperienza che hai vissuto anche da figlio. Essere genitore è un’impresa (sorride) che giorno per giorno scopri. Ogni giorno c’è una pagina bianca da scrivere per essere genitore. Poi, non è detto che questa pagina sia buona o cattiva quindi è un lavoro lungo e difficile e non si sa mai se riesci..forse solo alla fine..capirai se hai fatto bene il tuo “lavoro” da genitore.
Carla: per me invece è una questione di dare e avere. Mi spiego, si parte come genitori quindi insegnando ai figli e prendendoli per mano. Pian pianino nel susseguirsi degli anni si capovolge la situazione, tu capisci che hai bisogno dei figli e sono loro a prenderti per mano. Se si riesce si instaura un rapporto bellissimo di complicità, perché secondo me la famiglia resta il luogo...non più sicuro del mondo, ma poco ci manca!...la mia famiglia è così, non la cambierei di una virgola. Essere genitori secondo me è questo: insegnare per un periodo della vita, imparare per altri. E poi comunque è un bel fardello. Su questo non ci piove...proverete ragazzi!
Andrea: secondo me essere genitore..non è un mestiere, ma una delle cose più difficili del mondo, lo definirei un equilibrio instabile, dove non sai mai se hai fatto bene o se hai fatto male, se hai dato troppo o dai dato poco..e quindi un equilibrio instabile.

Essere figlio
Andrea: Essere figlio è più facile, perché hai sempre qualcuno su cui puoi contare e hai qualcuno che può darti delle certezze nella vita che altre persone nella vita, al di fuori dei genitori, sicuramente non possono darti.
Essere una famiglia
Carla: beh la nostra famiglia è una bella impresa, nel senso che siamo quattro persone completamente diverse. Essere una famiglia, è come essere un genitore, una cosa bellissima perché hai delle persone sui cui puoi contare. La famiglia è sacra, è, come dicono, una chiesa domestica, perché qui si impara, qui o ti pieghi o ti spezzi o tiri su la testa e ti aiuti soprattutto, o ti fai forza l’uno con l’altro..magari ti mandi anche a quel paese, però sei sempre tu. A noi basta guardarci in faccia e ci capiamo.
Andrea: io uso la metafora della barca. Nel senso che a volte c’è chi è sull’orlo per andarsene e tutti fanno di tutto per tirarlo su. C’è chi è più in difficoltà in quel momento e quindi ha bisogno di essere aiutato, chi in quel momento è più forte e può aiutare, ma nella tempesta, che è la quotidianità delle nostre vite.. è la barca che rappresenta una famiglia, si sta tutti uniti e tutti devono cooperare per fare in modo che la barca superi le difficoltà e che nessuna vada perso. La barca va verso il mare aperto.
Luca: la famiglia è una cosa che si crea dal nulla...è un’unione. È una cosa che va avanti di continuo, è working progress. Perché le persone crescono e cambiano quindi bisogna sempre riconfrontarsi e ritrovarsi. Poi è vero che ci si ritrova, ci si aiuta, ci si scanna...però è sempre un legame indissolubile che anche quando non ci sarà più...sarà sempre un legame. Quando i figli andranno fuori casa... la famiglia non è che non ci sarà più...

Cosa vi hanno insegnato i vostri figli?
CarIa: i miei figli, sinceramente, mi hanno insegnato tante cose. Da genitore mi hanno insegnato che devi tirare fuori le unghie nel momento giusto, devi avere pazienza. Dal punto di vista culturale e intellettuale sono sempre loro ad aver insegnato a noi, su questo non ci piove, poi mi hanno insegnato anche dove io sbaglio il rispetto. Soprattutto Andrea mi ha insegnato il dare tanto agli altri. Con lui abbiamo imparato a metterci in gioco e a metterci alla prova: nel senso, le persone hanno bisogno e allora buttiamoci, che non è poco, eh, perché non è sempre facile al giorno d’oggi. Abbiamo anche un modo di parlare diverso, se mi vesto male loro te lo dicono. Da genitore ci sono delle cose che ti tengono al passo...ci sono anche cose difficili, ma è bello.
Luca: A un certo punto cominci ad imparare, cominci a capire il loro punto di vista, cominci ad apprendere e a capire come se ti trovassi dall’altra parte. In questo momento qua, più crescono più loro hanno da insegnarti, o meglio, ri-aggiornarti perché a volte ti rendi conto di avere dei paletti e una mentalità un po’ più ferma in confronto ai tempi che vanno e loro sono comunque più aperti e hanno delle menti più progressive. Vedono più avanti, ti danno consigli, ti aiutano..a stare a galla..mentre faresti più difficoltà. C’è sempre da imparare.

Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?
Mio papà mi ha insegnato l’umiltà, nel senso che mio papà mi ha sempre insegnato a essere umile, a prendere le cose per come sono, cioè non terra terra, ma imparare a guardare le cose sempre dal punto di vista molto materiale, fare meno voli pindarici, ma mettersi, rimboccarsi le maniche per ottenere i risultati perché quello è uno delle poche strade in cui la vita di può dare soddisfazioni. Giorno per giorno nell’impegnarsi nella quotidianità senza gesti eclatanti, ma soprattutto con costanza, si possono ottenere dei risultati. Un uomo di poche parole, ma di grandi gesti.
Mia mamma mi ha insegnato a sorridere alla vita. Perché qualsiasi cosa succeda mi ha insegnato a vedere i lati positivi, a prendere la vita con un sorriso.

Cosa vi piacerebbe lasciare ai vostri figli?
Carla: in questo momento lascerei ai miei figli la mia passione, io faccio sempre le cose buttandomi, magari sono anche un po’ così..e poi anche un po’ della mia pazzia. Perché se no la vita cosa sarebbe?
Luca: io la mia concretezza e la mia ponderatezza...cose che a volte recepiscono e a volte no. Altro non laascerei...perchè secondo me sono già abbastanza completi così.

Avete riconosciuto di cosa stiamo parlando? L'argomento centrale sono le transizioni, nello specifico le transizioni all'età adulta. Oggi, se ne identificano due tipi: il passaggio da adolescente a giovane adulto e il passaggio da giovane adulto ad adulto. Si tratta di una impresa che ogni famiglia vive e a cui partecipano genitori e figli in modo diverso. Quando i figli crescono arriva il momento di riconoscerli e differenziarli all’interno della storia familiare. Porsi domande come queste in famiglia, può essere un modo per iniziare a riconoscere il valore di ognuno e aprirsi alla crescita.

Alice

Fonti

Scabini, Iafrate, Alla ricerca del familiare, il modello relazionale simbolico, 2012

domenica 21 febbraio 2016

Incontro con il morbo di Alzheimer: le fatiche di oggi

Un piccolo spunto per provare a convivere con la forma di demenza più diffusa al mondo


Che genere di vita (se di vita si può parlare), di mondo di sé, rimane in una persona che ha perduto la maggior parte della memoria e con essa il suo passato e i suoi ormeggi nel tempo?
Oliver Sacks


Il morbo di Alzheimer è una delle malattie più terribili e più affascinanti.

Terribile perché è capace di cancellare completamente una persona, i suoi ricordi e i suoi pensieri. Affascinante perché questa distruzione è un processo silente che il cervello compie e ancora non sappiamo con certezza come.

Si tratta di una malattia relativamente giovane, scoperta nel 1901 quando Alois Alzheimer ricoverò una donna affetta da un progressivo deterioramento cognitivo, disturbi di memoria, del parlato, della percezione, allucinazioni e alterazioni evidenti del comportamento. Solo dopo la sua morte, fu possibile attraverso autopsia verificare che il cervello presentava anomalie e zone atrofiche. Mi spiego, avete presente le noci? Ecco, un cervello malato di Alzheimer si presenta come le noci un po’ rinsecchite, più piccole del normale. Quelle noci che solitamente si scartano.

Oggi esistono due forme di Alzheimer: una forma genetica, a insorgenza precoce, una forma considerata senile che può essere assimilata ad altre forme di demenza, come la demenza senile e la demenza vascolare.

Il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa ad andamento cronico progressivo. Significa, in parole povere, che dall’Alzheimer non si guarisce, al massimo si rallenta la sua corsa inarrestabile con dei farmaci. Questa corsa porta alla perdita di competenze basilari come la memoria, l’orientamento spazio-temporale, la personalità, il comportamento, il movimento e il linguaggio.

Come è evidente, questa malattia, cancellando la persona che “colpisce”, colpisce molto da vicino anche la  famiglia. In particolare, il rapporto con il caregiver viene compromesso, dal momento che comunicare e assistere una persona affetta da Alzheimer è molto faticoso. Spesso non capiscono quello che si dice loro, spesso diventano aggressivi o completamente apatici, spesso non riconosco il partner, i figli o i nipoti. Questa attività di cura può esporre i caregiver a serie compromissioni della salute come la depressione e il declino fisico.

Oggi, si cerca di prendere in carico non solo il paziente affetto da Alzheimer, ma anche il caregiver, che spesso rifiuta aiuto un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché a volte è meglio staccare completamente dalla realtà della malattia. In questa cornice di sostegno è interessante il progetto della regione Lombardia di sostegno alle famiglie fragili. Si tratta di un progetto rivolto a famiglie considerate fragili. In questa categoria vengono identificate famiglie con anziani non più autosufficienti o affetti da diverse forme di demenza e malattie neurodegenerative, famiglie in difficoltà con minori o giovani con storie di abuso, famiglie con disabili. Il progetto di assistenza erogato dai Comuni a sostegno degli anziani non più auto sufficienti attraverso valutazione ISEE prevede diverse forme di sostegno tra cui progetti di sostegno sociale alla famiglia, come riabilitazione motoria, riabilitazione del linguaggio, aiuto nell’igiene personale o consegna dei pasti a domicilio.
Il programma di sostegno viene attivato dopo una valutazione da parte del comune, attraverso un colloquio che un assistente sociale. Durante il colloquio, viene valutato il tipo di progetto più adatto alle esigenze del nucleo familiare. Per maggiori informazioni vi consigliamo di consultare il sito della regione Lombardia e il vostro Comune.

Il nonno oggi ha vinto a “rubamazzetto”. Perché stupirsi? Il nonno oggi non mi ha riconosciuto. Mi ha guardato con occhi vuoti e un po’ confusi. Mi ha insegnato a giocare a carte, mi ha accompagnato all’asilo, mi ha insegnato ad andare in bicicletta, ma oggi non mi ha riconosciuto. Chissà chi sono per lui, oggi. Eppure, ha vinto a carte.
 Il nonno ha l’Alzheimer e non ci si abitua mai. 
A.

Prima di salutarci vi consiglio di vedere questo breve filmato: "Come si sente una persona malata di Alzheimer". 


Fonti
Alzheimer,  Über eine eigenartige Erkrankung der Hirnrinde, 1907
Papagno, Le demenze in Vallar, Papagno, Manuale di neuropsicologia, 2011
Ellis, Astell, The urge to communicate in serve dementia, Brain and Language, 2004
Germain et al, Does cognitive impairment influence burden in caregivers of patients with Alzheimer’s disease?, 2009
Pinquart, Sorensen, Correlates of physical health of informal caregivers: a meta-analysis, 2007
http://www.redditoautonomia.regione.lombardia.it//cs/Satellite?c=Page&childpagename=DG_Famiglia%2FDGLayout&cid=1213649287476&p=1213649287476&pagename=DG_FAMWrapper#1213633485508

venerdì 19 febbraio 2016

Empowerment e mamme: Ecco che da donna divento madre

Che succede alle neo mamme?


Vogliamo oggi parlare di una transizione delicata e speciale: il passaggio da donna a mamma.
L'immagine della maternità che oggi domina tra le neomamme non proviene più tanto dall'esperienza delle altre donne, ma dai messaggi, spesso falsi e fuorvianti, dei vari mezzi di comunicazione. In questo modo i consigli fioccano, spesso le amiche, le donne intorno alla neo mamma si sentono in dovere e in diritto di dare voce a pensieri che non sono più i propri, ma che sono costruiti sulla base di "Ho letto questa cosa", "Ho sentito dire questo", "La mia amica ha letto su internet..",  ecc ecc.
In una situazione di questo tipo, frustrazione e impotenza sorgono e crescono quando la realtà che ognuna vive si mostra diversa da quel "Ho letto questa cosa".
La maternità, è un evento centrale nella vita di una donna, a volte si passa l'intera giovinezza ad immaginarsi come sarebbe con un pargolo tra i piedi o guardandosi allo specchio e immaginandosi con la pancia.
Ma, non sempre le cose, vanno come le si erano immaginate. (Una nascita speciale)
Nella maggior parte dei casi, la nascita del primo figlio rappresenta un giro di boa che cambia drasticamente il modo in cui una donna guarda alla vita, a sè stessa, alla relazione che ha instaurato con il partner e al rapporto con la propria madre.
La donna, che fino a quel momento era abituata a considerarsi figlia, d'ora in avanti ricoprirà lo stesso ruolo della madre, dovrà cioè assumersi la responsabilità di un'altra Vita.
Non è solo l'organizzazione delle giornate a cambiare, ma l'intera identità!!! 
Chi di noi è mamma sa bene di cosa stiamo parlando, ma anche chi di noi non lo è può immaginare cosa può voler dire rimettere in gioco tutta sè stessa! 
In un'ottica di coppia, si dovrà cercare insieme di uscire da quell'isolamento tipico della vita a due, per far entrare nel proprio mondo il neonato. E' un cambiamento radicale.
Per affrontare con ottimismo questo passaggio, la neo mamma ha anche bisogno di sentire che la società valorizza la funzione che è chiamata a svolgere: ecco che entra in gioco la rete sociale oltre che familiare.
E' importante per le madri sentirsi riconosciute, sentirsi legittimate nella propria funzione materna che si esprime nella cura e protezione, nell'affetto e contenimento. 
La madre così serena e responsiva, costituisce un serbatoio psichico di fiducia e di speranza a cui il bambino potrà attingere per tutta la sua vita, riuscendo a contrastare le paure più profonde.

Ma, come possiamo aiutare le mamme a non scoraggiarsi? Ecco alcune semplici e divertenti frasi, tratte dal libro,Yell Less, Love More di Orange Rhino, che possono aiutarci:
  • "Ti ammiro. Dove trovi l'energia per fare tutto?". Una mamma spesso si sente a pezzi, le fatiche sono molte e le cose da fare anche, quindi sentirselo dire può essere una valida ricarica e aiutare ad uno sguardo di ammirazione nei propri confronti. 
  • "Stai facendo davvero un gran lavoro". Aiutare le mamme a sentirsi legittimare e sostenute nella propria funzione genitoriale è fondamentale, sopratutto quando chi sta intorno non fa altro che (Anche in buona fede!) sottolineare errori e mancanze. 
  • "So che è difficile". Non è facile ammettere le proprie difficoltà autonomamente, avere qualcuno vicino che le verbalizzi può aiutare a condividere fatiche e paure. 
  • "Hai delle impronte di mani sul sedere".  Può sembrare una frase sciocca, ma racchiude tutte le situazioni in cui ci troviamo di fronte a "ricordi" lasciati dei neonati: se il pantalone di una mamma è "condito" con delle impronte di mani è bene avvisarla e farsi una risata, ridimensionando l'imbarazzo. 
  • "Hai bisogno di un fazzoletto?". Questa frase semplice è indice di attenzione nei confronti di chi ci troviamo vicino. Spesso le giornate delle mamme sono frenetiche, stressanti, magari contornate da discussioni con colleghi o partner: la libertà di potersi sfogare in un pianto liberatore può aiutarle a esternare le loro difficoltà e a liberarsi di un pò di stress!
  • "Siamo tutte sulla stessa barca". I giorni no ci sono per tutte le mamme, ma spesso non ci si rende conto di quanto le difficoltà di ognuna sia condivisibili da altri! Sapere che si è tutte sulla stessa barca, può aiutare a superare le difficoltà e a trovare la forza di andare avanti.
  • "Lasciati aiutare". Se penso a mia mamma, forse la frase più difficile da dirle!! Le mamme difficiltmente chiedono aiuto, spesso sono abituate a sbrigare tutto da sole, la possibilità di avere un appoggio, anche in situazioni pratiche e semplici, può sollevarle da incarichi che, sommati, diventano macigni sulle loro spalle.
E voi mamme, cosa ne pensate? Queste frasi possono esservi d'aiuto?


Alla prossima!!
Maura & Alice

Fonti:
Gioia Viola Bartolo, 2003, L'amore che fa crescere il figlio, Che succede alle Neo mamme, Famiglia Oggi
Anna Oliviero Ferraris, 2003, Gli errori di una madre delusa, Che succede alle Neo mamme, Famiglia Oggi
Orange Rhino, 2014, Yell Less, Love More

giovedì 18 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Il padre della sposa. I cambiamenti belli e difficili da affrontare insieme


Mia figlia è...una donna!



Cinema e dintorni oggi vi propone Il padre della sposa per riflettere insieme sul concetto di transazione.
Il padre della sposa è una commedia del 1991 che racconta le avventure di un papà, George Banks, interpretato da Steve Martin, intento a sopravvivere al matrimonio della giovane figlia Annie. La giovane 22enne infatti, tornata da un viaggio a Roma annuncia alla famiglia che ha intenzione di sposarsi.
George non prende molto bene la notizia. Fin da subito non si mostra pronto a lasciare che la sua piccola cresca e venga portata via da un altro uomo che sicuramente non la merita.

“Beh di questo è fatta la vita: di piccole cose che ti arrivano alle spalle e scatenano i sentimenti”

Ma cosa ha a che fare con l’empowerment questo film? L’ironia che accompagna le gag del protagonista ci fornisce l’opportunità di riflettere su una delle transazioni più belle che una famiglia vive: il matrimonio e la crescita dei figli. Steve e Annie, vivono il turbamento di un passaggio “fisiologico” che ogni famiglia vive. Il nucleo familiare, infatti, è un luogo di generatività e di crescita da concepire come un trampolino di lancio. I figli non devono restare, ma andare.
Come affrontare tutto questo? Il modello relazione simbolico che ci ispira propone una serie di compiti di sviluppo specifici di ogni fase della vita che possono aiutare ad affrontare con maggior serenità i cambiamenti all’interno delle dinamiche familiari.
I tentativi di Annie e del suo fidanzato di instaurare un nuovo tipo di legame con le famiglie di origine sono importanti. La nuova famiglia deve, infatti, potersi differenziare dalle famiglie di origine, per poter dare vita a un nuovo nucleo in cui far convergere la bontà dei legami che hanno vissuto. È, altrettanto importante, che i figli capiscano il nuovo ruolo che vivono all’interno della famiglia, sperimentando un nuovo equilibrio tra legame con il partner e legame con la famiglia di origine. La sera prima del matrimonio, per esempio, la giovane Annie racconta al padre di quanto fosse difficile pensare che dal giorno dopo la sua camera non sarebbe più stata quella in cui è cresciuta.
Steve, diversamente, fatica molto a distaccarsi dalla piccola Annie, al punto che in alcune scene la vede ancora da piccola, non realizzando che Annie ormai ha 22 anni ed è una donna. È molto importante che i genitori imparino a legittimare il ruolo di adulto del figlio e permettergli di crescere... vicino o lontano l’amore di papà o di una mamma si sentono! ;)

Alice


Fonti

Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari

sabato 13 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Lilo e Stitch, la famiglia e la cura

Ohana: la famiglia che cura e non dimentica



"Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato."



Cinema e dintorni, torna nell'universo Disney per avvicinarsi al mondo della cura a piccoli passi.

Oggi parliamo di Lilo e Stitch, una storia di tenerezza.

Stitch è il nome che la piccola Lilo assegna allo strano cucciolo che adotta per due dollari alla canile della piccola isola su cui vive. Lilo non sa che Stitch è un esperimento alieno programmato per distruggere qualsiasi cosa, è considerato un prodotto mal riuscito di una mente distorta ed è in fuga dalla sua galassia.

Anche Lilo è una bambina particolare. Ha difficoltà ad avere amici, è orfana e rischia di essere affidata ai servizi sociali se Nani, la sorella maggiore, non riesce a dare stabilità alla loro situazione. Nani è giovane e sa fare la sorella, non la mamma, tuttavia si impegna e prova in ogni modo a prendersi cura della piccola. Il motto della loro famiglia è  racchiuso nella parola “Ohana”:

Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato.



L’indole distruttiva di Stich si incontra e si scontra con il legame familiare delle due sorelle. Provate dalla perdita dei genitori, resilienti, hanno imparato che la famiglia è il luogo in cui chi se ne va non va dimenticato, ma neanche abbandonato. Lilo non vede la diversità aliena e distruttiva di Stitch, come Nani e gli abitanti dell’isola, è in gamba si vede subito! In modo simile allo stile con cui Nani si prende cura di lei, cerca in tutti i modi di aiutare Stitch a essere meno distruttivo e fa in modo di trovargli un posto nella loro casa e nella comunità dell’isola. Il piccolo alieno inizialmente fatica molto a capire questa forma di legame direzionato alla costruzione e non alla distruzione, tuttavia, sfogliando la storia del brutto anatroccolo inizia a sentire di aver bisogno di qualcuno che ti cerca quando ti perdi. È nel momento in cui Nani sta per perdere Lilo che Stitch capisce di essere diventato anche lui parte della loro Ohana e che quindi è giunto il momento di darsi da fare per evitare che la piccola venga abbandonata o dimenticata. Potremmo dire che è la cura del legame tra le persone che rende possibile l’integrazione di Stitch nella famiglia. Curarsi dell'altro non è solo semplice accudimento fisico come nel caso di una malattia ma anche sostegno attivo nella crescita del singolo e del suo benessere, Ci prendiamo cura di qualcuno anche sostenendo durante una scelta difficile o mentre prova a difendersi dal bullismo o da altre forme di malessere e di disagio. Solo alzando gli occhi verso chi abbiamo davanti, possiamo riconoscerlo e da alieno, avvicinarlo alla nostra Ohana. 

Sono l’interesse e la cura verso gli altri a renderci umani!



"Questa è la mia famiglia.
L'ho trovata per conto mio.
E' piccola e disastrata ma è bella. 
Sì, davvero bella."
Alice 

venerdì 12 febbraio 2016

La cura in famiglia: crescita per sè, crescita per l'altro

I circoli virtuosi che fanno bene: ieri, oggi e domani 


"Lui non si ricordava di essere mai stato abbracciato così, come da una mamma."
J. K. Rowling

Il senso comune sembra averci abituato a pensare che la funzione di cura e di accudimento spetti alla figura femminile, alla mamma. Tuttavia la cura, intesa come l’apertura verso l’altro da sé è da individuare come caratteristica peculiare dell’adulto maturo che trova la realizzazione di sé anche nell’accudimento verso un altro. Dunque, se la realizzazione del sé passa attraverso il legame tra le persone, la natura dei rapporti sociali che si intrattengono diventa essenziale.
Questo è sottolineato dalla stessa accezione di benessere che la psicologia teorizza negli ultimi anni: benessere è da intendere come uno stato spirituale e psicologico globale che permane tutta la dimensione umana. In particole Ryff e Singer, evidenziano come il benessere sia un costrutto multidimensionale a cui concorrono l’accettazione di sé, l’autonomia, la padronanza ambientale, lo scopo di vita, la crescita personale e...i buoni legami, le relazioni sociali che ognuno di noi intrattiene e in cui mette in gioco fiducia, capacità di amare ed empatia.
Il benessere individuale prende così sempre più la forma di qualcosa in relazione con altri, qualcosa di sociale. La realizzazione del singolo, potremmo dire che viene mediata anche dalla rete di relazioni affettive e quindi anche dalla famiglia. Lavorare sul benessere individuale, quindi, diventa occuparsi anche del benessere familiare dando spazio alle relazioni interpersonali familiari che si spendono nella dinamica dare/ricevere. La famiglia così, in linea con l’idea di cura come realizzazione del sé, diventa luogo di crescita personale e autorealizzazione.
Facile sulla carta, facile per chi scrive direte voi. Però la vita a un certo punto si complica. Non si tratta più solo di prendersi cura di un neonato. A un certo punto qualcuno soffre, è in difficoltà, sta male.
Quando si inizia ad avvertire “la nostalgia per il tempo della pienezza”, il dolore o la paura per la morte, la famiglia dovrebbe mettere in gioco la dimensione della riconoscenza, coinvolgendo in questo processo tutte le generazioni. In questa fase arriva il momento di ri-conoscere ciò che si è donato, ciò che è stato ricevuto, le gioie, i dolori, i successi e i fallimenti. Tutto questo è essenziale quando a questa transizione si avvicinano i nonni. Questo è il momento in cui fare il bilancio in positivo per la propria vita e per dare spessore all’eredità della cura. La riconoscenza va curata, coltivata e sviluppata in modo da aiutare le altre generazioni a riconoscere il patrimonio che la propria storia familiareporta con sé. È importante per il benessere del singolo e del sistema familiare che questo bilancio venga compiuto in modo generativo soprattutto quando uno dei familiari fa da caregiver a un genitore. È questo il momento in cui i figli, a cui è stata donata la vita, che sono stati abbracciati e assistiti riconoscono il dono della vita ricevuta e hanno il desiderio di ricambiarlo.
Ma il valore della cura non si ferma qui, si inserisce nella storia familiare. Cresce e trasmette il gesto di cura alle generazioni successive, arricchendo il patrimonio culturale e spirituale, costruendo di volta in il volta il valore di ciò che si è ricevuto. La cura della ri-conoscenza così si trova a rafforzare e a sostenere lo sviluppo dei legami, favorendo la circolazione del dono. Sono la cura e l’accudimento a rendere la famiglia un contesto di crescita e di benessere (o di malessere). In questa ottica l’empowerment diventa l’unica strategia possibile di intervento con la famiglia, dato che il soggetto diventa portatore di una competenza, da riscoprire, valorizzare o sviluppare, che può aiutarlo a confrontarsi con la sua realtà. Si tratta di dare solidità e ricchezza al legame, andando a sviluppare o a risvegliare quelle competenze latenti ora nel singolo ora nei legami.

Prendersi cura dell’altro, ovviamente rispettando se stessi, i propri limiti, il proprio benessere e ciò che si è. Riconoscere il dono della vita significa anche questo.

A prestissimo con un film che racconti un po’ la cura!

Alice


Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003
Erikson, The life cycle completed: a review, 1984
Mazzoleni, Empowerment familiare – il lavoro psicosociale, 2004
Lezioni della prof.ssa M. Ciceri durante il corso di Psicologia del benessere soggettivo e intersoggettivo, 2015