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Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

Visualizzazione post con etichetta figli. Mostra tutti i post
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domenica 5 giugno 2016

Cinema e dintorni: Captain America – Civil War. Giusto? Dipende!

Tu da che parte stai? 



Oggi a cinema e dintorni parliamo di supereroi e... di giusto e sbagliato, quindi di giudizio morale. Lo spunto ce lo offe il nuovo film Marvel, Captain America Civil war: nel film, infatti, per la prima volta non si scontrano solo bravi e cattivi ma anche i bravi!

Senza fare spoiler, Civil War mette chiaramente in luce che definire “giusto o sbagliato” a volte è solo questione di punti vista. Infatti il giudizio morale è legato ai valori, il cui insieme diventa la guida per il nostro comportamento. 



Il capitano Rogers e Tony Stark mettono in luce che si può classificare “giusta” un’azione che: 

· Massimizza i benefici per sé e per gli altri e che spinge quindi a mettere in atto un comportamento utile (Tony);

· È messa in atto perché segue alcuni principi che sono slegati dal contesto d’azione e che possono essere considerati più o meno immutabili (Capitano).

Ma come si arriva a questo? 

Fino a circa 10 anni i bambini identificano il bene e il male in base alle conseguenze che un’azione procura a loro stessi. In questo periodo per il bambino è più facile osservare le regole percepisce un vantaggio immediato e concreto per sé.
Con la preadolescenza e la tarda adolescenza le nozioni di giusto e sbagliato prendono in considerazione i rapporti interpersonali e i valori sociali. Per i ragazzi diventa importante vivere in conformità con le aspettative della propria cerchia sociale e ottenere l’approvazione da parte degli altri. Solo crescendo si affina la capacità di differenziare il proprio di vista da quello del gruppo, fino al raggiungimento dell’età adulta quando emergono valori basati anche su principi astratti e più etici. A questo punto si acquisisce la consapevolezza che le leggi e le regole sono relative e che possono essere validi solo se basati su principi universali e valori etici. 

Partire dallo spunto dei film per riflettere in famiglia su cosa significhi giusto per ogni componente può diventare un’occasione di scambio ma, soprattutto, con i più piccoli può diventare l’occasione per introdurre il concetto di trasgressione da estendere magari a situazioni in cui la moralità gioca un ruolo chiave come il bullismo o l’abuso di sostanze. 


Buona visione, 



Alice & Maura


Se avete ancora voglia di supereroi.. passate da qui!



Fonti

Camaioni, L., & Di Blasio, P. (2002). Psicologia dello sviluppo. Il mulino.

sabato 5 marzo 2016

Mediazione familiare: empowerment anche quando il legame coniugale finisce

Non più coniugi, ancora genitori: come gestire l'essere genitore quando la relazione coniugale viene interrotta? 

"Nel mezzo delle difficoltà, nascono le opportunità"
(Albert Einstein)




Anche il divorzio o la separazione rientrano nelle transizioni che apportano cambiamenti nelle dinamiche familiari. Ad oggi, in Italia, è possibile gestire queste situazioni attraverso la mediazione familiare. Si tratta di un processo in cui una coppia di coniugi e di genitori viene accompagnata a essere una coppia di genitori grazie a un mediatore specializzato che si occupa della cura dei legami familiari. 

Perché è noto: la famiglia può essere una risorsa e un luogo di benessere, ma in alcune situazioni può dare nutrimento a gravi sofferenze. Lo scopo della mediazione è proprio quello di aiutare una famiglia a capire cosa cambia all’interno delle sue dinamiche nel momento in cui la coppia giunge a rottura e soprattutto si occupa di preservare il benessere dei figli. Si tratta di un processo globale che prende in carico non solo la dimensione educativa dei figli, ma anche la dimensione finanziaria.

La mediazione prende inizio dalla rottura della coppia coniugale tuttavia, attraverso un processo di riconoscimento e discussione, arriva a rilanciare il legame con la costruzione di un nuovo patto  che parte dal riconoscimento della funzione genitoriale. Questo, per esempio, può essere reso possibile dal lavoro sul genogramma: attraverso l’utilizzo di fogli la coppia e il mediatore ricostruiscono la storia familiare in modo da avere sott’occhio l’intero panorama generazionale. Con questo nuovo punto di vista è possibile ampliare lo sguardo sulla rottura, vedendo come coinvolge altre generazioni e i suoi effetti “a cascata” sull’intera organizzazione familiare. 

La mediazione quindi si configura come una risorsa per il benessere della famiglia, anche in caso di rottura. 


Alice

Fonti

Parkinson, La mediazione familiare, ed. italiana a cura di C. Marzotto, 2013

venerdì 26 febbraio 2016

Empowerment familiare a tu per tu con una famiglia

La famiglia: un'impresa con un pizzico di follia



"Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia. 
O più felice. 
O più esasperato. 
O più… sicuro."
(Jim Butcher)

Essere genitori di figli piccoli è sicuramente un'avventura meravigliosa, ma la vera sfida inizia quando i figli crescono e diventano maggiorenni.

Così abbiamo pensato di fare due chiacchiere con una famiglia di “adulti” due genitori e due figli grandi: una all’università e uno appena laureato. All’intervista hanno partecipato mamma Carla, papà Luca e Andrea. L’immagine con cui hanno scelto di rappresentarsi è questo angelo: un quadrifoglio che rappresenta la fortuna, ma anche l’unione di quattro personalità differenti.

Cosa significa per voi essere genitori?
Luca: essere genitore lo scopri solo vivendo perché giorno per giorno ci sono novità, ci sono improvvisazioni e ci sono un milione di cose che devi scoprire e che possono diventare bagaglio dell’esperienza che hai vissuto anche da figlio. Essere genitore è un’impresa (sorride) che giorno per giorno scopri. Ogni giorno c’è una pagina bianca da scrivere per essere genitore. Poi, non è detto che questa pagina sia buona o cattiva quindi è un lavoro lungo e difficile e non si sa mai se riesci..forse solo alla fine..capirai se hai fatto bene il tuo “lavoro” da genitore.
Carla: per me invece è una questione di dare e avere. Mi spiego, si parte come genitori quindi insegnando ai figli e prendendoli per mano. Pian pianino nel susseguirsi degli anni si capovolge la situazione, tu capisci che hai bisogno dei figli e sono loro a prenderti per mano. Se si riesce si instaura un rapporto bellissimo di complicità, perché secondo me la famiglia resta il luogo...non più sicuro del mondo, ma poco ci manca!...la mia famiglia è così, non la cambierei di una virgola. Essere genitori secondo me è questo: insegnare per un periodo della vita, imparare per altri. E poi comunque è un bel fardello. Su questo non ci piove...proverete ragazzi!
Andrea: secondo me essere genitore..non è un mestiere, ma una delle cose più difficili del mondo, lo definirei un equilibrio instabile, dove non sai mai se hai fatto bene o se hai fatto male, se hai dato troppo o dai dato poco..e quindi un equilibrio instabile.

Essere figlio
Andrea: Essere figlio è più facile, perché hai sempre qualcuno su cui puoi contare e hai qualcuno che può darti delle certezze nella vita che altre persone nella vita, al di fuori dei genitori, sicuramente non possono darti.
Essere una famiglia
Carla: beh la nostra famiglia è una bella impresa, nel senso che siamo quattro persone completamente diverse. Essere una famiglia, è come essere un genitore, una cosa bellissima perché hai delle persone sui cui puoi contare. La famiglia è sacra, è, come dicono, una chiesa domestica, perché qui si impara, qui o ti pieghi o ti spezzi o tiri su la testa e ti aiuti soprattutto, o ti fai forza l’uno con l’altro..magari ti mandi anche a quel paese, però sei sempre tu. A noi basta guardarci in faccia e ci capiamo.
Andrea: io uso la metafora della barca. Nel senso che a volte c’è chi è sull’orlo per andarsene e tutti fanno di tutto per tirarlo su. C’è chi è più in difficoltà in quel momento e quindi ha bisogno di essere aiutato, chi in quel momento è più forte e può aiutare, ma nella tempesta, che è la quotidianità delle nostre vite.. è la barca che rappresenta una famiglia, si sta tutti uniti e tutti devono cooperare per fare in modo che la barca superi le difficoltà e che nessuna vada perso. La barca va verso il mare aperto.
Luca: la famiglia è una cosa che si crea dal nulla...è un’unione. È una cosa che va avanti di continuo, è working progress. Perché le persone crescono e cambiano quindi bisogna sempre riconfrontarsi e ritrovarsi. Poi è vero che ci si ritrova, ci si aiuta, ci si scanna...però è sempre un legame indissolubile che anche quando non ci sarà più...sarà sempre un legame. Quando i figli andranno fuori casa... la famiglia non è che non ci sarà più...

Cosa vi hanno insegnato i vostri figli?
CarIa: i miei figli, sinceramente, mi hanno insegnato tante cose. Da genitore mi hanno insegnato che devi tirare fuori le unghie nel momento giusto, devi avere pazienza. Dal punto di vista culturale e intellettuale sono sempre loro ad aver insegnato a noi, su questo non ci piove, poi mi hanno insegnato anche dove io sbaglio il rispetto. Soprattutto Andrea mi ha insegnato il dare tanto agli altri. Con lui abbiamo imparato a metterci in gioco e a metterci alla prova: nel senso, le persone hanno bisogno e allora buttiamoci, che non è poco, eh, perché non è sempre facile al giorno d’oggi. Abbiamo anche un modo di parlare diverso, se mi vesto male loro te lo dicono. Da genitore ci sono delle cose che ti tengono al passo...ci sono anche cose difficili, ma è bello.
Luca: A un certo punto cominci ad imparare, cominci a capire il loro punto di vista, cominci ad apprendere e a capire come se ti trovassi dall’altra parte. In questo momento qua, più crescono più loro hanno da insegnarti, o meglio, ri-aggiornarti perché a volte ti rendi conto di avere dei paletti e una mentalità un po’ più ferma in confronto ai tempi che vanno e loro sono comunque più aperti e hanno delle menti più progressive. Vedono più avanti, ti danno consigli, ti aiutano..a stare a galla..mentre faresti più difficoltà. C’è sempre da imparare.

Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?
Mio papà mi ha insegnato l’umiltà, nel senso che mio papà mi ha sempre insegnato a essere umile, a prendere le cose per come sono, cioè non terra terra, ma imparare a guardare le cose sempre dal punto di vista molto materiale, fare meno voli pindarici, ma mettersi, rimboccarsi le maniche per ottenere i risultati perché quello è uno delle poche strade in cui la vita di può dare soddisfazioni. Giorno per giorno nell’impegnarsi nella quotidianità senza gesti eclatanti, ma soprattutto con costanza, si possono ottenere dei risultati. Un uomo di poche parole, ma di grandi gesti.
Mia mamma mi ha insegnato a sorridere alla vita. Perché qualsiasi cosa succeda mi ha insegnato a vedere i lati positivi, a prendere la vita con un sorriso.

Cosa vi piacerebbe lasciare ai vostri figli?
Carla: in questo momento lascerei ai miei figli la mia passione, io faccio sempre le cose buttandomi, magari sono anche un po’ così..e poi anche un po’ della mia pazzia. Perché se no la vita cosa sarebbe?
Luca: io la mia concretezza e la mia ponderatezza...cose che a volte recepiscono e a volte no. Altro non laascerei...perchè secondo me sono già abbastanza completi così.

Avete riconosciuto di cosa stiamo parlando? L'argomento centrale sono le transizioni, nello specifico le transizioni all'età adulta. Oggi, se ne identificano due tipi: il passaggio da adolescente a giovane adulto e il passaggio da giovane adulto ad adulto. Si tratta di una impresa che ogni famiglia vive e a cui partecipano genitori e figli in modo diverso. Quando i figli crescono arriva il momento di riconoscerli e differenziarli all’interno della storia familiare. Porsi domande come queste in famiglia, può essere un modo per iniziare a riconoscere il valore di ognuno e aprirsi alla crescita.

Alice

Fonti

Scabini, Iafrate, Alla ricerca del familiare, il modello relazionale simbolico, 2012

giovedì 18 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Il padre della sposa. I cambiamenti belli e difficili da affrontare insieme


Mia figlia è...una donna!



Cinema e dintorni oggi vi propone Il padre della sposa per riflettere insieme sul concetto di transazione.
Il padre della sposa è una commedia del 1991 che racconta le avventure di un papà, George Banks, interpretato da Steve Martin, intento a sopravvivere al matrimonio della giovane figlia Annie. La giovane 22enne infatti, tornata da un viaggio a Roma annuncia alla famiglia che ha intenzione di sposarsi.
George non prende molto bene la notizia. Fin da subito non si mostra pronto a lasciare che la sua piccola cresca e venga portata via da un altro uomo che sicuramente non la merita.

“Beh di questo è fatta la vita: di piccole cose che ti arrivano alle spalle e scatenano i sentimenti”

Ma cosa ha a che fare con l’empowerment questo film? L’ironia che accompagna le gag del protagonista ci fornisce l’opportunità di riflettere su una delle transazioni più belle che una famiglia vive: il matrimonio e la crescita dei figli. Steve e Annie, vivono il turbamento di un passaggio “fisiologico” che ogni famiglia vive. Il nucleo familiare, infatti, è un luogo di generatività e di crescita da concepire come un trampolino di lancio. I figli non devono restare, ma andare.
Come affrontare tutto questo? Il modello relazione simbolico che ci ispira propone una serie di compiti di sviluppo specifici di ogni fase della vita che possono aiutare ad affrontare con maggior serenità i cambiamenti all’interno delle dinamiche familiari.
I tentativi di Annie e del suo fidanzato di instaurare un nuovo tipo di legame con le famiglie di origine sono importanti. La nuova famiglia deve, infatti, potersi differenziare dalle famiglie di origine, per poter dare vita a un nuovo nucleo in cui far convergere la bontà dei legami che hanno vissuto. È, altrettanto importante, che i figli capiscano il nuovo ruolo che vivono all’interno della famiglia, sperimentando un nuovo equilibrio tra legame con il partner e legame con la famiglia di origine. La sera prima del matrimonio, per esempio, la giovane Annie racconta al padre di quanto fosse difficile pensare che dal giorno dopo la sua camera non sarebbe più stata quella in cui è cresciuta.
Steve, diversamente, fatica molto a distaccarsi dalla piccola Annie, al punto che in alcune scene la vede ancora da piccola, non realizzando che Annie ormai ha 22 anni ed è una donna. È molto importante che i genitori imparino a legittimare il ruolo di adulto del figlio e permettergli di crescere... vicino o lontano l’amore di papà o di una mamma si sentono! ;)

Alice


Fonti

Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari

martedì 16 febbraio 2016

"NON CE LA FACCIAMOOO!". I cambiamenti: la sfida quotidiana


Dove e come cercare le risorse quando si pensa di non farcela proprio?!



“Non ti chiedo miracoli o visioni ma la forza di affrontare il quotidiano."


De Saint Exupery



Ogni famiglia attraversa delle transizioni chiave nella sua vita, dei momenti cruciali della storia familiare che possono essere innescati da situazioni più o meno prevedibili e che possono essere caratterizzate da: 

· un ampliamento, come un matrimonio, una nascita o un’adozione;
· una perdita, come morti, separazioni, malattie invalidanti, fallimenti economici;
· la nascita di nuovi rapporti sociali, come l’inserimento a scuola dei bambini o nel mondo del lavoro
· passaggi meno marcati, come la transizione da adolescenti ad adulti

Questi momenti, che possono destabilizzare l’atmosfera familiare possono, tuttavia, essere affrontati insieme, dal momento che i loro effetti si ripercuotono sull’intera dinamica familiare. Questa esigenza di imparare ad affrontare insieme i periodi di passaggio è fondamentale soprattutto oggi perché la famiglia non segue più percorsi “normativi” ma sempre più personalizzati: se una volta era normale pensare che terminati gli studi superiori i figli andassero a lavorare e si preparassero ad andare a vivere da soli, oggi la situazione è molto cambiata e ogni famiglia vive un percorso a volte molto diverso. 

È importante ricordare la dimensione temporale di questi passaggi. Ogni evento, infatti, scatena un periodo di disorganizzazione, in cui la famiglia vive caoticamente e solo successivamente entra in una fase di ricerca di soluzioni che può portare a una fase di stallo, a una riorganizzazione o a una dissoluzione. È durante questa fase che la famiglia esce allo scoperto mettendo in mostra i suoi punti di forza e di debolezza ed è proprio questo il momento più adatto per pensare di chiedere aiuto. Durante i momenti di transito, infatti, si vive una situazione incerta in cui diventa centrale il tema della perdita: si tratta di affrontare il nuovo e di perdere la sicurezza di una situazione nota... un po’ di dolore è normale. Tuttavia, a causare difficoltà non è tanto la forza di un singolo evento di passaggio, quanto l’accumulo di sfide e di richieste che vengono fatte alla famiglia. Tipicamente ci si trova a gestire diversi eventi critici in contemporanea. Per esempio, oggi molto spesso il momento in cui i bambini iniziano a essere inseriti nel mondo della scuola è anche il momento in cui i nonni iniziano a invecchiare e in cui si manifestano le patologie croniche tipiche di questa fase della vita. È fondamentale, per il benessere di ogni componente, che la famiglia tenga ben a mente le risorse disponibili nei singoli individui, nel suo sistema e nella dimensione sociale che la circonda imparando ad organizzarle e a utilizzarle nel modo più efficace. 

Per questo motivo abbiamo pensato di cercare di individuare alcuni possibili risorse disponibili sul territorio di Milano per rispondere ad alcune fasi critiche che la famiglia può attraversare mentre si occupa di bambini o di anziani, per esempio. Ci sembra in questo modo di poter dare qualche spunto di riflessione sulle opportunità disponibili, favorendo la ricerca di nuove soluzioni creative. Queste risorse sociali si vanno a sommare alla risorse individuali e alle caratteristiche peculiari di ogni famiglia, in aggiunta ad alcuni “compiti” tipici che ogni famiglia dovrebbe tenere a mente... curiosi? 


Continuate a seguirci! 

Alice 






Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

venerdì 12 febbraio 2016

La cura in famiglia: crescita per sè, crescita per l'altro

I circoli virtuosi che fanno bene: ieri, oggi e domani 


"Lui non si ricordava di essere mai stato abbracciato così, come da una mamma."
J. K. Rowling

Il senso comune sembra averci abituato a pensare che la funzione di cura e di accudimento spetti alla figura femminile, alla mamma. Tuttavia la cura, intesa come l’apertura verso l’altro da sé è da individuare come caratteristica peculiare dell’adulto maturo che trova la realizzazione di sé anche nell’accudimento verso un altro. Dunque, se la realizzazione del sé passa attraverso il legame tra le persone, la natura dei rapporti sociali che si intrattengono diventa essenziale.
Questo è sottolineato dalla stessa accezione di benessere che la psicologia teorizza negli ultimi anni: benessere è da intendere come uno stato spirituale e psicologico globale che permane tutta la dimensione umana. In particole Ryff e Singer, evidenziano come il benessere sia un costrutto multidimensionale a cui concorrono l’accettazione di sé, l’autonomia, la padronanza ambientale, lo scopo di vita, la crescita personale e...i buoni legami, le relazioni sociali che ognuno di noi intrattiene e in cui mette in gioco fiducia, capacità di amare ed empatia.
Il benessere individuale prende così sempre più la forma di qualcosa in relazione con altri, qualcosa di sociale. La realizzazione del singolo, potremmo dire che viene mediata anche dalla rete di relazioni affettive e quindi anche dalla famiglia. Lavorare sul benessere individuale, quindi, diventa occuparsi anche del benessere familiare dando spazio alle relazioni interpersonali familiari che si spendono nella dinamica dare/ricevere. La famiglia così, in linea con l’idea di cura come realizzazione del sé, diventa luogo di crescita personale e autorealizzazione.
Facile sulla carta, facile per chi scrive direte voi. Però la vita a un certo punto si complica. Non si tratta più solo di prendersi cura di un neonato. A un certo punto qualcuno soffre, è in difficoltà, sta male.
Quando si inizia ad avvertire “la nostalgia per il tempo della pienezza”, il dolore o la paura per la morte, la famiglia dovrebbe mettere in gioco la dimensione della riconoscenza, coinvolgendo in questo processo tutte le generazioni. In questa fase arriva il momento di ri-conoscere ciò che si è donato, ciò che è stato ricevuto, le gioie, i dolori, i successi e i fallimenti. Tutto questo è essenziale quando a questa transizione si avvicinano i nonni. Questo è il momento in cui fare il bilancio in positivo per la propria vita e per dare spessore all’eredità della cura. La riconoscenza va curata, coltivata e sviluppata in modo da aiutare le altre generazioni a riconoscere il patrimonio che la propria storia familiareporta con sé. È importante per il benessere del singolo e del sistema familiare che questo bilancio venga compiuto in modo generativo soprattutto quando uno dei familiari fa da caregiver a un genitore. È questo il momento in cui i figli, a cui è stata donata la vita, che sono stati abbracciati e assistiti riconoscono il dono della vita ricevuta e hanno il desiderio di ricambiarlo.
Ma il valore della cura non si ferma qui, si inserisce nella storia familiare. Cresce e trasmette il gesto di cura alle generazioni successive, arricchendo il patrimonio culturale e spirituale, costruendo di volta in il volta il valore di ciò che si è ricevuto. La cura della ri-conoscenza così si trova a rafforzare e a sostenere lo sviluppo dei legami, favorendo la circolazione del dono. Sono la cura e l’accudimento a rendere la famiglia un contesto di crescita e di benessere (o di malessere). In questa ottica l’empowerment diventa l’unica strategia possibile di intervento con la famiglia, dato che il soggetto diventa portatore di una competenza, da riscoprire, valorizzare o sviluppare, che può aiutarlo a confrontarsi con la sua realtà. Si tratta di dare solidità e ricchezza al legame, andando a sviluppare o a risvegliare quelle competenze latenti ora nel singolo ora nei legami.

Prendersi cura dell’altro, ovviamente rispettando se stessi, i propri limiti, il proprio benessere e ciò che si è. Riconoscere il dono della vita significa anche questo.

A prestissimo con un film che racconti un po’ la cura!

Alice


Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003
Erikson, The life cycle completed: a review, 1984
Mazzoleni, Empowerment familiare – il lavoro psicosociale, 2004
Lezioni della prof.ssa M. Ciceri durante il corso di Psicologia del benessere soggettivo e intersoggettivo, 2015