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Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

Visualizzazione post con etichetta resilienza. Mostra tutti i post
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venerdì 8 aprile 2016

Mamme lavoratrici: supereroi del quotidiano...ma come? Tutta questione di empowerment!

Mamme al lavoro senza stress: un mo(n)do possibile 


Pensa a quello che puoi fare con quello che hai. 
(Hernest Hemigway) 


Quando si pensa alle mamme, spesso si dice: "Come fa a fare tutto?"
Questa domanda diventa importantissima soprattutto quando ci si rivolge a una mamma lavoratrice. Perchè se essere mamma è una sfida, lavorare ed essere mamma è una sfida ancora più grande!

E come ogni lavoratore anche le mamme (di mamme vi abbiamo parlato anche quisono categorie a rischio stress e burnout.

Ma che cosa è il burnout?

Con burnout ci si riferisce a una condizione di malessere lavorativo che ha ripercussioni sulla salute dei lavoratori e il loro avanzamento di carriera e che impatta anche sulla produttività organizzativa e fa riferimento all’esposizione continua a una fonte di stress considerata incontrollabile. 

Questa condizione di malessere si manifesta con un sentimento generale di debolezza, propensione alla malattia, suscettibilità emotiva ed esaurimento delle forze fisiche. Tipicamente le persone affette da burnout riportano sensazioni di svuotamento delle forze al punto da pensare di non avere più nulla da offrire, atteggiamenti negativi, distacco, cinismo e ostilità sopratutto nei confronti dei colleghi; completano questi sentimenti negativi la percezione di inadeguatezza al professione, bassa autostima e attenuazione del desiderio di successo. A conferma di ciò in italiano il termine può essere tradotto con le espressioni: esaurito, bruciato e scoppiato. 

Si è visto come le mamme lavoratrici siano una popolazione a rischio di burnout dal momento che tipicamente si trovano a dover rispondere a un carico di richieste di tempo e di energia che altre categorie di lavoratori, a casa non sostengono. 

È quindi essenziale, per prevenire questo fenomeno oltre a ciò che la normativa italiana già prevede, avere dei piccoli accorgimenti nei confronti delle mamme. Come inserirle in un contesto sociale e lavorativo in grado di supportarle: questo può essere tradotto in supporto da parte dei capi, in un aiuto da parte dei familiari nella gestione dei figli e degli impegni domestici. Questi sono piccoli accorgimenti che permettono di favorire le opportunità di sviluppo professionale ma soprattutto un senso di appagamento nelle mamme lavoratrici che in questo modo saranno in grado di mettere in gioco nuove risorse e prevenire il burnout. Ci si può “vaccinare” dal burnout con un lavoro di empowerment sulle risorse personali e sociali che circondano le mamme, infatti, più risorse si hanno, meno possibilità si ha di esaurirle! 

Vi sentite a un passo dal burnout? Armatevi di carta e penna e fate un elenco delle vostre risorse personali, sociali, lavorative ed economiche: ecco un primo passo per la prevenzione!


Alice & Maura 


 Fonti
Robinson L.D. et al, (2016),"Burnout and the work-family interface", Career Development International, Vol. 21 Iss 1 pp. 31 - 44

mercoledì 30 marzo 2016

Cinema e dintorni: Il Lato Positivo. Una storia di empowerment familiare e disturbo bipolare

Come vive una persona bipolare, e come possono aiutarla i familiari?

Oggi, 30 Marzo, è la giornata mondiale del disturbo bipolare, ecco che vogliamo proporvi per la nostra rubrica Cinema e dintorni, una visione sorprendente: Il Lato Positivo


"Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito. 
Io non so come fare a spiegare questa cosa, né la pazzia che è dentro di me e dentro gli altri, ma indovinate un po'? Domenica è di nuovo il mio giorno preferito! Penso a tutto quello che gli altri hanno fatto per me e mi sento tipo... Uno molto fortunato!"


Il Lato Positivo è un film che ti lascia dentro un turbinio di emozioni, dalla rabbia alla nostalgia, dal dolore alla tenerezza e..non per ultimo..l'amore.
E' un film che la prima volta che l'ho visto, mi ha lasciato senza fiato, poichè mostra, in tutta la sua crudezza, le difficoltà di vivere con un figlio bipolare, ma sopratutto le difficoltà di essere affetti da un disturbo bipolare; un disturbo che può condizionare il tuo vivere, le tue relazioni, ma Pat Solitano riesce a differenziarsi dalla malattia che lo affligge, lui non è la sua malattia.
Pat torna a casa dopo un periodo di degenza in un ospedale Psichiatrico, a causa del bipolarismo emerso dopo aver sorpreso il tradimento della moglie. La rabbia si impossessa di lui, non è più un semplice passaggio momentaneo, in seguito ad un evento specifico, ma diventa parte stessa della sua personalità.
L'alternanza dell'attivazione psichica di Pat è molto forte e violenta, anche aggressiva, e si nota tutte le volte che il protagonista pensa al suo matrimonio passato e sopratutto, quando sente una canzone, che lo lega a ricordi con la sua ex moglie.
La ripresa non è facile, anzi..tutt'altro.
Ma a Pat non mancano resilienza, empowerment e buone relazioni sociali. Tutto sembra iniziare a cambiare e ad assumere un senso diverso, quando avviene l'incontro/ scontro con Tiffany, una ragazza anch'essa affetta da problemi psichiatrici, con una sessualità definita promiscua, tanto da aver costretto i suoi colleghi ad allontanarla dall'ufficio.

E così pian piano Pat, impara altri modi per sfogare la propria rabbia e per gestire i propri sbalzi d'umore, inizia a correre, e grazie alle vicende che si intrecciano con Tiffany, impara a ballare.
Solo dopo questo lungo percorso, il protagonista riesce a riprendersi in mano la vita, a percorrere la sua strada e a credere ancora nei legami, quelli veri.
Quello che ci aiuta a comprendere questo film, è che il rapporto con la nostra personalità, che scopriamo e accettiamo pian piano, non è sempre facile, sopratutto quando ad emergere, non sono comportamenti positivi ma negativi; quando per venirne fuori, l'essere da soli davanti al problema, non basta.

Il disturbo bipolare, in realtà, si inserisce in uno spettro di sintomi che il DSM V, (Manuale disgnostico e statistico dei disturbi mentali), si distinguono poi principalmente in disturbo bipolare 1, disturbo bipolare 2.
Questo tipo di disturbo, è caratterizzato da un'alternanza di periodi di eccitamento (mania), e periodi di inibizione dell'attività psichica.
La disregolazione porta inevitabilmente anche ad un'alternanza nell'equilibrio dell'umore, alterazioni del contenuto dei pensieri e della motricità, difficoltà nel mantenere il ritmo sonno-veglia, con anomalia anche a livello della libido e dell'appetito.
Si può capire anche intuitivamente, come vivere con un familiare con problemi psichiatrici di questo tipo, non sia facile, sopratutto quando le emozioni e i comportamenti subiscono dei cambi repentini e sono quindi poco controllabili e prevedibili. E' difficile, ma non impossibile.. e questo film ce lo dimostra in una maniera semplice e reale.

Ciò che fa sorridere nel film, è che siano proprio due persone con difficoltà psichiche, ad aiutarsi talmente tanto, da riuscire ad uscirne vincitori, laddove familiari e medici hanno "fallito" nel loro intento.


"L'unico modo per sconfiggere la mia pazzia era facendo qualcosa di ancora più pazzo. Grazie. Ti amo. L'ho capito dal momento in cui ti ho visto. 
Mi dispiace mi ci sia voluto così tanto tempo per recuperare!"


Buona Visione!
Maura & Alice

venerdì 25 marzo 2016

Cinema e dintorni: Zootropolis, resilienza e voglia di farcela!

Zootropolis, a scuola di "Non mi arrendo"!


“Zootropolis è il luogo dove i nostri antenati hanno scelto di vivere in pace e dove ognuno può essere ciò che vuole.”

Zootropolis è il nuovo successo targato Disney diretto da Byron Howard e Rich Moore, nelle sale cinematografiche da circa un mese, che vi proponiamo oggi a Cinema e dintorni.
Il cartone racconta le vicende di Judy, una coniglietta di provincia che vuole diventare agente di polizia. Il suo sogno può realizzarsi a Zootropolis la città in cui ognuno può essere ciò che vuole e i mammiferi vivono in sintonia tra loro. Tuttavia non è facile essere una coniglietta poliziotto, circondata da prestanti mammiferi giganteschi e dimostrare a sé e agli altri di essere all’altezza del compito e della divisa.

“I won’t give up, no I won’t give in
Till I reach the end
And then I’ll start again
Though I’m on the lead
I wanna try everything
I wanna try even though I could fail
I won’t give up, no I won’t give in
Till I reach the end
And then I’ll start again
No I won’t leave
I wanna try everything
I wanna try even though I could fail”


Judy riesce a distinguersi durante l’addestramento e con orgoglio a essere ammessa alla caserma della centrale. È qui che inizierà la sua vera sfida: dimostrare a tutti i grandi e possenti animali che la circondano che anche lei può farcela... perchè a Zootropolis ognuno può essere ciò che vuole.

La trama e la canzone dovrebbero riportarvi un concetto molto caro al nostro blog: la resilienza. Judy è una coniglietta coraggiosa e resiliente... oltre che impegnata nella lotta contro il bullismo. Si impegna a fondo e davanti alle situazioni più difficili o alle sconfitte personali mette in atto strategie di rivalutazione positiva di ciò che le è accuduto, cercando un modo per migliorare sempre. Si concentra tanto sul presente, quanto sul futuro e prova a rileggere in modo positivo la sua vita. Diventando così anche modello di cambiamento per altri un po' "più scoraggiati".

Prendiamo esempio da Judy sopratutto in questi giorni di difficoltà per il mondo.

A me è sembrato che questo film porti con sè un messaggio di speranza da condividere a gran voce: una città gigantesca in cui tante specie animali diverse, prede e predatori, erbivori e carnivori, vivono in sintonia, dando la possibilità a tutti di realizzare i propri sogni... ed essere felici! Tiriamoci su le maniche e diamo vita a questa città anche al di fuori del mondo cinematografico.

“Hai ragione solo su una cosa: io non mollo mai!”

Buona visione!

Alice

lunedì 21 marzo 2016

Cinema e dintorni: How do you see me? La sindrome di Down

"Perché il problema resta quello di sempre, l'indifferenza è un muro trasparente" 
Nek, Credere Amare Resistere




Ecco online la nuova campagna di comunicazione dell’associazione CoorDown Onlus, pensata in onore della giornata mondiale sulla sindrome di Down.#howdoyouseeme, ve la riproponiamo oggi per la nostra rubrica Cinema e dintorni.
Le due protagoniste al femminile nel video sono rispettivamente Olivia Wilde e AnnaRose, ragazza con la Sindrome di Down.

Nel video la vita di AnnaRose è interpretata da Olivia Wilde; Una giovane donna dallo sguardo fiero, profondo, si guarda allo specchio e racconta come si vede: "This is how I see myself", "As a person you can rely on", le emozioni, i sentimenti, i traguardi raggiunti.
L'obiettivo è quello di promuovere una riflessione su come le persone affette da Sindrome di Down vedono se stesse, in confronto a come queste sono viste dagli altri, essendo spesso vittime di discriminazioni basate su preconcetti e stereotipi. 

I pregiudizi e gli stereotipi, accompagnano da sempre, l'esistenza umana. In particolare il pregiudizio, viene definito in letteratura, come un giudizio precedente all’esperienza o in assenza di
dati sufficienti. Identifica inoltre, quella tendenza dell'uomo, a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole o favorevole un determinato gruppo sociale e i suoi componenti.
Questo si crea in maniera dinamica nei bambini e negli adulti, nel momento in cui si cerca in autonomia di capire e valutare il mondo sociale a partire dalle proprie risorse cognitive.
Accanto al pregiudizio, troviamo il concetto di discriminazione, che viene definito invece come l'insieme di comportamenti positivi o negativi diretti a individui sulla base della loro appartenenza a un determinato gruppo sociale, o, come ci presenta AnnaRose in questo filmato, in base alla loro disabilità.
Insieme a questi concetti, possiamo definire gli stereotipi sociali. Questi hanno origine da un processo di categorizzazione sociale, cioè nell'attribuzione di alcuni tratti in comune a tutti gli individui che sono membri di un gruppo e nell’attribuire ai membri stessi, alcune differenze rispetto a membri di altri gruppi. Gli stereotipi sociali, introducono la semplicità e l’ordine, là dove sono presenti complessità e variabilità.
L'uomo, è quindi portato a compiere delle categorizzazioni sociali, per semplificare la quantità innumerevole di informazioni che gli arrivano dall'esterno.
Spesso davanti al "non noto", vengono messi in atto dei comportamenti di difesa, che portano a mettere in campo stereotipi e pregiudizi inefficaci e negativi, e purtroppo questo accade molto frequentemente quando si incontra la disabilità.
E' il processo di pensiero che viene guidato dal sistema intuitivo, veloce, spesso non conscia.
Da qui l'importanza di conoscere questo modo che ognuno di noi ha di categorizzare le cose e le persone, per contrastarlo quando fallisce, e quando ci porta a compiere delle considerazioni poco funzionali o poco etiche.

Questo è quello che ci insegna questa campagna, anche se tutti vedono in AnnaRose, una ragazza affetta dalla sindrome di Down, AnnaRose non è la sindrome di Down, ma è una figlia, una sorella e molte altre cose.
"Come mi vedi?", potrebbe anche fare da sfondo a molte conversazioni con amiche, con adolescenti, e con ragazzi e ragazze che incontriamo ogni giorno, ma anche a molte conversazioni fatte allo specchio, con noi stessi.


La campagna ‘How Do You See Me?’ è stata realizzata insieme a DSi – Down Syndrome International e con il contributo di Down Syndrome Australia, Down’s Syndrome Association (UK), Fondation Lejeune e Les Amis d’Eléonore (Francia).


Alice& Maura

Fonti:
Brown Rupert, Psicologia del pregiudizio, 2013

sabato 27 febbraio 2016

Unite si può: una storia di forza, di sostegno, di coraggio, di resilienza con un tumore al seno

Curiosi di sapere come superare una diagnosi difficile? Fatevi ispirare da lei! 




“Ma quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono l’animo può superare molte sofferenze”

W. Shakespeare

Oggi vi racconto la storia di una donna speciale, Dani. Lasciatevi ispirare da lei e dalla sua resilienza.

Come è nata l'associazione Unite si può?
Unite si può nasce nell’ ottobre del 2014 come logica conseguenza di un forum di sostegno  psicologico per donne operate al seno aperto nel 2012.
Dopo l’intervento, nel 2011, una notte in cui non riuscivo a dormire, ho cominciato a navigare su internet. Avevo bisogno di trovare “qualcosa” a cui aggrapparmi, qualcosa che mi potesse dare sostegno… e mi sono imbattuta in un forum sul cancro al seno. Così, d’impulso, mi sono iscritta e da quel momento non mi sono più sentita sola. Avevo trovato tante donne che stavano vivendo o avevano vissuto quello che vivevo io e che mi capivano. Mi hanno accompagnato tenendomi per mano e ogni volta che sono caduta, mi hanno tirato su e mi hanno donato un po’ della loro forza. Sarò loro eternamente grata.
Più tardi, io e altre mie compagne di avventura, ci siamo rese conto che si poteva fare di più. Le fondatrici del forum a cui eravamo iscritte, però, non erano disposte a seguirci, così ne abbiamo fondato uno nostro. Due anni dopo siamo approdate all’Associazione.
Che tipo di sostegno si cerca nell'associazione?
L’associazione viaggia di pari passo con il relativo forum e una pagina facebook dedicata. Compito dell’associazione è diffondere informazioni sul cancro e sulla prevenzione. Abbiamo partecipato e organizzato diversi eventi al riguardo. Abbiamo patrocinato e sponsorizzato una mostra fotografica a Sassuolo che si intitola La Donna: Dolore&Forza – che stiamo cercando di fare girare per l’Italia – e abbiamo organizzato una serie di incontri in associazione con la ASL di Mantova che si intitola Alimentamiamoci, oltre ad aver partecipato come testimonial al Party in Pink (patrocinato da S.Komen) nel 2013. Ma, soprattutto, tentiamo con la nostra presenza di dare lo stesso calore e lo stesso supporto psicologico che abbiamo ricevuto noi, cercando così di sconfiggere il senso di solitudine che assale dopo la diagnosi.
Nella dimensione di cura medica, cosa si tralascia?
Questa è una domanda complessa! Prima di tutto, bisogna dire che non si è mai preparati ad una diagnosi grave; nel nostro caso, di cancro. Se il medico è bravo, riesce a spiegarti quello che sta succedendo senza creare allarmismo. La mia esperienza, mi porta ad affermare che i medici dicono al paziente il minimo indispensabile nel momento in cui è necessario, perché la consapevolezza si acquisisce  graduatamente e non si può metabolizzare più di ciò per cui si è preparati in quel momento; inoltre, non tutti i pazienti sono uguali e non tutti reagiscono allo stesso modo. Si innesca un meccanismo di priorità e, al primo posto, c’è la Vita. Perciò, tutto ruota sul percorso “pratico” che porta alla salvezza: gli esami, il ricovero, l’intervento, le terapie… Il paziente è talmente frastornato e impegnato in tutto questo che, all’inizio, non c’è spazio per altro. Ma, man mano che la strada si delinea e si metabolizza la notizia… beh, allora si inizia a fare i conti con se stessi e con il proprio vissuto e qui, ci si inizia a sentire terribilmente soli. Gli ospedali più attrezzati dispongono di un servizio di psiconcologi che possono dare un grande aiuto ma, purtroppo, si tratta di un sostegno ancora limitato, suppongo per gli alti costi. Personalmente, ritengo che un sostegno di questo tipo sia indispensabile e, per questo abbiamo aperto un forum di “mutuo aiuto”. Non siamo psicologi, ma abbiamo tanto cuore! E consapevolezza!
Cosa significa avere un tumore? Cosa cambia nella percezione di sè?
Avere un tumore significa acquisire la consapevolezza della morte. Tutti moriamo ma, per fortuna, non ci pensiamo e questo ci dà quella leggerezza del vivere che è impagabile. Il tumore ti mette di fronte alla morte. Di punto in bianco, capisci che non sei immortale e devi fare i conti con te stesso, con i tuoi sospesi, con la tua fragilità. La prima cosa che perdi è, appunto, la leggerezza del vivere. Chi ha vissuto un’esperienza di cancro non sarà mai più la persona che era prima della diagnosi. In compenso, però, maturi una nuova scala di valori. Tutto acquisisce una valenza più profonda e intensa. Il sole non è più solo il sole: è il Calore. Per farti un esempio…
Ma, oltre a questa nuova percezione emotiva, ti trovi a dover fare i conti anche con una nuova fisicità: le cicatrici, la”mutilazione”,  la presenza di un corpo estraneo (la protesi)… ma anche solo la consapevolezza della presenza di un “alieno” che vive in modo simbiotico nel tuo corpo…. Sono tutte cose molto difficili da accettare. E non ti parlo di quello che succede quando ti guardi allo specchio e non hai più i capelli, o le ciglia; e le sopracciglia… Quando, nel giro di poche settimane, ingrassi di 7 kg e sei gonfia di cortisone… Semplicemente, non ti riconosci più. La persona allo specchio non sei più TU. Hai perso la tua identità.
La famiglia può essere vista come una risorsa o come un ostacolo nella malattia?
La famiglia è una grandissima risorsa! E’ il motore primario della reazione  perché chi ci sta attorno reagisce in base al modo in cui reagiamo noi. Se chi sta male, si dimostra forte, la famiglia – per così dire – si  “tranquillizza” perché vede una forma di reazione positiva, ma se il malato si lascia andare, si lascia andare anche la famiglia. Per assurdo, è chi sta male che ha l’onere di tranquillizzare i propri cari. E’ un grande peso, un fardello che a volte schiaccia, ma è anche il motore che innesca la reazione, che spinge a tirare fuori tutta la forza che ognuno di noi ha dentro di sé senza esserne consapevole. Io penso che, nel complesso, chi sta vicino ad un malato di cancro stia peggio del malato stesso perché è totalmente impotente e può solo assistere (nel senso di guardare, testimoniare e anche di assistenza). Il malato, invece, è sotto l’effetto dell’istinto di sopravvivenza e, pertanto, rivolge ogni energia al rilascio di quella forza interiore che gli permette di affrontare il percorso delle terapie fino a superarlo.
Come si vive in famiglia una diagnosi di questo tipo?
Una diagnosi così grave travolge la famiglia e la scombussola fin nelle sue fondamenta. Niente è più lo stesso. Tutti vengono travolti e vivono le proprie paure,  che sono comuni, ma anche proprie. Mi spiego meglio: tutto ruota attorno alla persona malata e tutti cercano di fare del proprio meglio per farla sentire accolta e amata. La persona malata si abbevera da questo affetto, ma al contempo si sente colpevole per aver sconvolto la vita delle persone care, così oltre alla paura per se stessa si aggiungono le paure per le persone amate (figli, compagno…). Ogni componente della famiglia, poi, elabora in proprio il dolore e le paure e le tiene per sé, per non pesare sulla persona malata. Così si crea una profonda solitudine che si può sviluppare e manifestare nelle maniere più disparate: insicurezza, aggressività, introversione, ecc..
Quando si capisce che il proprio corpo non è più malato, come ci si sente? Come si accetta la nuova corporeità?
Ecco un’altra domanda difficile… Non so bene come rispondere a questa domanda perché mi viene da dire che non si guarisce più. Intendo dire che la consapevolezza di mortalità acquisita ha per sempre sostituito la leggerezza del vivere e quindi, in un certo senso, a livello psicologico si resta malati. Ho letto un articolo che dichiarava che sta nascendo una nuova branca in oncologia riabilitativa che riguarda proprio i cosiddetti “lungosopravviventi”, cioè che hanno superato i fatidici 5 anni post intervento. Fisicamente, si impara a convivere con la propria fisicità modificata, ma si è molto più fragili. Nel mio caso personale, dopo la quadrantectomia al seno destro, ho subito un’annessiectomia preventiva (esportazione tube e ovaie). Ho fatto chemioterapia che mi ha modificato fisicamente (invecchiamento precoce della pelle, deterioramento delle unghie, perdita parziale di ciglia e sopracciglia, aumento del peso) e poi radioterapia sul seno (modificazione del colore della pelle e morte parziale delle cellule con conseguente modificazione dell’elasticità della pelle). Nel 2014 è sopravvenuta una trombosi completa della giugulare profonda destra e una parziale a braccio destro a causa, presumibilmente, dell’assunzione della terapia ormonale post chemio (che non è consigliabile interrompere perché è l’unica protezione contro una eventuale recidiva). La menopausa indotta e la successiva esportazione delle ovaie hanno accelerato l’osteoporosi e così, a seguito di una caduta, mi sono rotta il bacino e la clavicola lato sinistro e il primo metacarpo mano destra. No, francamente, non riesco a sentirmi “guarita”, ma per fortuna sono un’eccezione alla regola.
Che significato ha "star bene" dopo aver avuto un tumore?
“Star bene” significa fare in modo che l’esperienza vissuta non rimanga fine a se stessa. Vuol dire trasformare l’esperienza negativa in qualcosa di costruttivo e di positivo. Questo significa sconfiggere davvero il cancro. Non lasciargli lo spazio di distruggere il nostro Io ricco e profondo.
Da donna e da madre come si rincomincia a vivere? Da dove?
Come Donna, ci vuole  l’aiuto delle persone care. Conosco una donna che ha impiegato un anno dopo l’intervento prima di riuscire a passarsi la crema idratante sul seno, perché non riusciva ad accettare il “corpo estraneo” della protesi e la conseguente perdita di sensibilità; e conosco molte donne che hanno difficoltà a recuperare un’intimità sessuale con il proprio partner perché non si sentono più “adeguate” o perché i loro compagni fanno difficoltà a misurarsi con le cicatrici evidenti. Io sono stata molto fortunata. Il mio compagno mi è sempre stato vicino, facendomi sentire bellissima anche quando ero inguardabile e il suo amore e il suo affetto mi hanno permesso di accettarmi e di amarmi anche con le mie nuove “imperfezioni”. Come madre, invece, lavoro ancora a questa rinascita. Sono passati quattro anni, ma le mie ripetute vicissitudini in fatto di salute, hanno pesato (e pesano tuttora) sulle mie figlie. Ognuna ha reagito a modo proprio. La più grande (che al tempo aveva 15 anni) ha reagito con una forte introversione e la manifestazione di rabbia e aggressività. La piccola (che aveva 12 anni) invece, ha perso i suoi punti fermi di riferimento e ha sviluppato una forte sfiducia nel futuro e nelle proprie capacità. E’ in terapia da un anno e le cose stanno lentamente migliorando.
Noi, giovani psicologhe, cosa possiamo fare?
Potete fare moltissimo! Intanto, potete battervi affinché i servizi di supporto psicologico non vengano sottovalutati e vengano istituiti come normale prassi in tutti quei casi in cui il trauma di una malattia grave interferisce sul normale vivere. Potete adoperarvi presso le numerosissime associazioni che operano fattivamente presso le strutture ospedaliere, ma anche sul web, come il nostro forum. Le associazioni hanno sempre bisogno di persone preparate professionalmente, ma la scarsità dei fondi è per noi di grande ostacolo. Un’opera di volontariato in questo senso, sarebbe di grande vantaggio.



Alice 

giovedì 25 febbraio 2016

ACBS contro il bullismo scolastico. Quando a parlare sono l'autoefficacia e la resilienza

E' facile fare il bullo, quelli veramente forti aiutano gli altri 

Oggi ci occupiamo di bullismo, questa nuova piaga sociale, che "vuole definire" ruoli e poli opposti tra bulli e vittime (Ma siamo sicuri sia cosi?). Si, perchè generalmente, quando si riflette sul bullismo, vengono evidenziate le relazioni tra bullo e vittima, sottovalutando le dinamiche interne al gruppo, alla famiglia, alla cultura di appartenenza, che fanno da sfondo all'incontro tra più persone.

Del bullismo se ne parla… e questo è positivo, perché non si può combattere qualcosa che non si conosce, ma ciò che serve è anche agire e soprattutto prevenire, ma… come fare?
Il bullismo viene definito come un fenomeno rivelatore, una sorta di spia, dei modi di essere di un'intera società, di ciò che vivendo in gruppo "non funziona".
Spesso le famiglie, pur riconoscendo il problema, non sanno a chi rivolgersi, come comportarsi con i propri figli, cosa fare per proteggerli o per far cambiare loro modo di comportarsi. I genitori si trovano impotenti di fronte a questo fenomeno, e spesso, giustamente, spaventati.


Il termine deriva da una traduzione del termine inglese Bullying, che caratterizza comportamenti di prepotenza tra bambini e/o adolescenti.


"Il bullismo, è un fenomeno a molteplici livelli di complessità, relativi al tipo di comportamento aggressivo individuale, ai processi di pensiero, emotivi e motivazionali che sospingono il prepotente a mettere in atto un'azione riconosciuta come moralmente sbagliata e ai fattori di gruppo che concorrono al verificarsi di episodi di bullismo." (Caravita)

Abbiamo provato a chiedere aiuto ai ragazzi di "ACBS contro il bullismo", associazione che si occupa di questo tema, fondata da Vincenzo Vetere
Quest’associazione, andando per le scuole, e parlando con bambini, adolescenti, genitori e insegnanti, aiuta ad aumentare la consapevolezza e responsabilizzare le persone nei confronti del bullismo, cercando di aiutare bulli e vittime.
Sappiamo però che questi ruoli non sono giocati isolatamente, ma che si dispiegano in una rete di relazioni, e le più vicine e strette, sono quelle con i famigliari.
Abbiamo chiesto a ACBS quali sono, secondo loro, i consigli da dare ai genitori per prevenire questo fenomeno e come la famiglia possa aiutare vittime e bulli, ad uscire da questo tunnel.

“Secondo noi...
Alla base delle relazioni solide e significative come quella tra genitori e figli vi è la fiducia. La fiducia, qualora si dovessero verificare episodi di bullismo gioca un ruolo fondamentale, è ciò che spinge solitamente il ragazzo a parlare, a prendere coraggio per raccontare tutto quello che subisce. Il primo consiglio è quindi questo: costruite con i vostri figli un rapporto vero e solido di fiducia basato sul dialogo. 
La prevenzione degli atti di bullismo può essere fatta su diversi fronti e da diversi soggetti, ai genitori spetta sicuramente l'impartizione di una buona educazione, educare al rispetto dell'altro, al rispetto del diverso che spesso, soprattutto quando si è piccoli, ci spaventa e ci fa prendere le distanze. Riteniamo che per prevenire sia la messa in atto di condotte negative, il bullismo, sia il subire bullismo possa essere utile utilizzare con i propri figli uno stile educativo autorevole e mai autoritario. Potenziare l'autostima dei propri figli risulta essere un fattore preventivo e protettivo sia per le potenziali vittime che per i potenziali bulli, per i bulli che riuscirebbero a gestire meglio la propria rabbia e per le vittime che riuscirebbero ad accettarsi e ad apprezzarsi per quello che sono senza dare troppo peso alle influenze negative esterne. Ai genitori spetta il compito di insegnare ai propri figli ad essere resilienti, a "resistere agli urti" che si possono incontrare sul cammino della vita. 

Alcuni consigli molto pratici che ci sentiamo di poter dare sono questi: 
- non minimizzare mai il problema e favorire il dialogo con i propri figli
- fare attenzione al vissuto emotivo dei figli, alcuni segnali molto significativi sono l'isolamento improvviso e il calo repentino del rendimento scolastico
- rivolgersi ad esperti se la famiglia si rende conto di non farcela da sola
- non prendere posizioni estreme nei confronti del proprio figlio, bullo o vittima che sia: si condanna il comportamento scorretto e non la persona. 

Una cosa fondamentale sia per prevenire che per aiutare bulli e vittime consiste nel mantenere un dialogo costante tra la scuola e la famiglia.

Mamma, Papà...Non ditemi mai :

- il bullismo è solo una ragazzata, fa parte della crescita

- impara a difenderti da solo

- è colpa tua se ti trattano così"



ACBS Contro il Bullismo

Il Bullismo è una cosa seria, prendiamocene cura!

Maura


Fonti:
C. Serino, A. Antonacci, Psicologia sociale del Bullismo2013
G. Gini, S. Caravita, Immortalità del bullismo, 2010
http://www.acbsnoalbullismo.it/

mercoledì 24 febbraio 2016

La Storia di Giorgia: Storie familiari (parte 2)

Una storia di Empowerment familiare

Vi abbiamo presentato tante storie in questo periodo, storie che parlano di Empowerment e di famiglie che, rimboccandosi le maniche, si sono fatte forza, sfruttando quella che si chiama resilienzainsieme a tutte le risorse disponibili.
La nascita di un figlio, la nascita prematura di un figlio e una disabilità inaspettata, una malattia neurodegenerativa, il vedere gli occhi dei propri genitori spegnersi e svuotarsi pian piano.
Sono percorsi di tutti i giorni, in cui spesso ci troviamo ad immedesimarci e il nostro augurio, è che, proprio in questi racconti, ognuno possa trovare un attimo di conforto, di speranza e di condivisione.
Sono storie vere di persone che, nonostante le difficoltà diverse, tuttora presenti, hanno trovato nella famiglia un punto di lancio e di ri-lancio per la propria vita, quello che noi chiamiamo resilienza ed Empowerment familiare.

Oggi vi presento un’altra storia e un’altra famiglia a me molto cara:

"Il 30 luglio 2014 la nostra piccola Giorgia di soli 3 anni ha avuto una MAV (malformazione arterio venosa) spontanea....
La corsa con l'ambulanza al pronto soccorso e la tragica notizia di un'emorragia cerebrale!!
Non è possibile...non è vero...la nostra bimba così piccola …che male ha fatto per meritarsi tutto questo??? Perché lei e non io???
Tutte domande alle quali non trovi le risposte!!!! E la vita ti cambia in un istante...sembra un incubo e invece è semplicemente la realtà. Cerchi conforto nelle persone che più ti sono vicine la tua famiglia!!!!!!
Mamma e papà sono sconvolti e inoltre c'è Giulia sorella più grande di Giorgia...anche lei frastornata e triste per aver visto la sua sorellina stare male…ma grazie ai nonni e ai nostri amici, almeno lei nella sua tenera e dolce età riesce a stare tranquilla, in tanti se ne prendono cura.
Così inizia un percorso lungo e duro da affrontare ……. devi essere forte perché non hai un’alternativa, e grazie a tutte le persone che ci sono state vicine anche solo con un gesto o una semplice parola arriva il coraggio di affrontare questo grosso dolore!!!!
Quattro settimane in ospedale in terapia intensiva, giorno e notte ma quando si apriva quella porta trovavi sempre qualcuno ad aspettarti e darti conforto: un genitore, uno zio/zia un cugino/cugina, un amico/amica....
Poi il trasferimento nel centro di riabilitazione La nostra Famiglia a Bosisio Parini. E qui ti senti catapultato in un'altra realtà.... quanti bambini in tenera età con grossi problemi, quanti adolescenti con forti traumi o malattie gravi e quante mamme e papà disperati!!
Ma anche qui subentra fortunatamente la famiglia!!!!!!!! Io mi ritrovo così ad iniziare insieme a Giorgia un lungo percorso pieno di ostacoli che inizialmente sembrano insormontabili (non riuscire a comunicare, dover ricominciare tutto da capo, aspettando che presto i tuoi occhi tornino a splendere come prima, l’attesa di un tuo sorriso, un piccolo gesto che ci faccia capire che in quel piccolo corpicino c'è ancora la nostra dolce Giorgia) ma grazie al papà Omar che giornalmente arriva alla sera insieme a Giulia, sono più serena e il venerdì e sabato rimangono a dormire sul camper per esserci più vicini. E grazie ai nonni paterni che si occupano di Giulia mentre il papà Omar è al lavoro e grazie ai nonni materni che sono presenti ogni giorno e mi affiancano supportandomi e dandomi conforto; e grazie agli amici e ai parenti che con lo loro presenza, le parole e i gesti non ci hanno fatto mai sentire soli. Grazie a tutte le maestre, i bambini e le mamme che si sono resi disponibili e sono state sempre presenti con tanto amore e dolcezza.
Poi pian piano iniziano i primi progressi, i primi sorrisi, gesti e poche parole che ci rincuorano e ci fanno sperare in una ripresa seppur lenta. 
Grazie di cuore davvero a tutto il personale medico, infermieristico, ausiliario nonché a tutti i terapisti dell'ospedale S. Gerardo di Monza e alla Nostra Famiglia di Bosisio....
Grazie a tutti voi siamo riusciti ad affrontare una difficile situazione che ci ha cambiato la vita, che ci ha insegnato ad apprezzare le piccole cose, a godere di ogni singolo momento, a capire quanto sia importante il dono della vita, abbiamo ritrovato la fede religiosa e abbiamo scoperto di avere tante persone che ci vogliono bene!!!!!!!!! Ci siamo rafforzati e uniti ancor più di prima!!!!!!!!
Sono sicura che senza tutta questa GRANDE FAMIGLIA Giorgia non si sarebbe ripresa così bene e così in fretta, perché credo che anche lei sentisse di non essere sola e lottava per vivere e ritornare la Giorgia di prima dolce e testarda!!!!!!!!!!

Grazie a tutti è bello sapere di avere vicine tante persone che ancor oggi ci supportano e sono costantemente presenti nella nostra vita!!!!
Grazie per averci dato la possibilità di raccontare la nostra storia drammatica ma con un finale esplosivo!!!!!!!!!!

Giorgia Galbussera e Famiglia"



Alla prossima!
Maura

martedì 16 febbraio 2016

"NON CE LA FACCIAMOOO!". I cambiamenti: la sfida quotidiana


Dove e come cercare le risorse quando si pensa di non farcela proprio?!



“Non ti chiedo miracoli o visioni ma la forza di affrontare il quotidiano."


De Saint Exupery



Ogni famiglia attraversa delle transizioni chiave nella sua vita, dei momenti cruciali della storia familiare che possono essere innescati da situazioni più o meno prevedibili e che possono essere caratterizzate da: 

· un ampliamento, come un matrimonio, una nascita o un’adozione;
· una perdita, come morti, separazioni, malattie invalidanti, fallimenti economici;
· la nascita di nuovi rapporti sociali, come l’inserimento a scuola dei bambini o nel mondo del lavoro
· passaggi meno marcati, come la transizione da adolescenti ad adulti

Questi momenti, che possono destabilizzare l’atmosfera familiare possono, tuttavia, essere affrontati insieme, dal momento che i loro effetti si ripercuotono sull’intera dinamica familiare. Questa esigenza di imparare ad affrontare insieme i periodi di passaggio è fondamentale soprattutto oggi perché la famiglia non segue più percorsi “normativi” ma sempre più personalizzati: se una volta era normale pensare che terminati gli studi superiori i figli andassero a lavorare e si preparassero ad andare a vivere da soli, oggi la situazione è molto cambiata e ogni famiglia vive un percorso a volte molto diverso. 

È importante ricordare la dimensione temporale di questi passaggi. Ogni evento, infatti, scatena un periodo di disorganizzazione, in cui la famiglia vive caoticamente e solo successivamente entra in una fase di ricerca di soluzioni che può portare a una fase di stallo, a una riorganizzazione o a una dissoluzione. È durante questa fase che la famiglia esce allo scoperto mettendo in mostra i suoi punti di forza e di debolezza ed è proprio questo il momento più adatto per pensare di chiedere aiuto. Durante i momenti di transito, infatti, si vive una situazione incerta in cui diventa centrale il tema della perdita: si tratta di affrontare il nuovo e di perdere la sicurezza di una situazione nota... un po’ di dolore è normale. Tuttavia, a causare difficoltà non è tanto la forza di un singolo evento di passaggio, quanto l’accumulo di sfide e di richieste che vengono fatte alla famiglia. Tipicamente ci si trova a gestire diversi eventi critici in contemporanea. Per esempio, oggi molto spesso il momento in cui i bambini iniziano a essere inseriti nel mondo della scuola è anche il momento in cui i nonni iniziano a invecchiare e in cui si manifestano le patologie croniche tipiche di questa fase della vita. È fondamentale, per il benessere di ogni componente, che la famiglia tenga ben a mente le risorse disponibili nei singoli individui, nel suo sistema e nella dimensione sociale che la circonda imparando ad organizzarle e a utilizzarle nel modo più efficace. 

Per questo motivo abbiamo pensato di cercare di individuare alcuni possibili risorse disponibili sul territorio di Milano per rispondere ad alcune fasi critiche che la famiglia può attraversare mentre si occupa di bambini o di anziani, per esempio. Ci sembra in questo modo di poter dare qualche spunto di riflessione sulle opportunità disponibili, favorendo la ricerca di nuove soluzioni creative. Queste risorse sociali si vanno a sommare alla risorse individuali e alle caratteristiche peculiari di ogni famiglia, in aggiunta ad alcuni “compiti” tipici che ogni famiglia dovrebbe tenere a mente... curiosi? 


Continuate a seguirci! 

Alice 






Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

martedì 9 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Il circo della farfalla, una storia di resilienza

Farfalle e resilienza: la strana coppia


Se abbiamo parlato di resilienza come “la capacità di trasformare un evento critico, doloroso, traumatico e destabilizzante in una occasione di apprendimento e di crescita” perché assimilarla a una farfalla? Le farfalle per loro natura sono spesso associate alla fragilità e alla caducità della vita, queste, tuttavia, sono credenze tipiche della cultura occidentale. In oriente le farfalle sono simbolo di eternità perché con i loro movimenti aggraziati si dirigono verso gli dei. In greco (antico) invece, farfalla è uno dei significati della parola ψυχή, anima.
Nel cortometraggio, farfalla si riferisce al nome del circo, al contenuto del barattolo del piccolo Sammy, a Will e alla sua vita.

Eccoci quindi in un nuovo post di Cinema e Dintorni per un incontro ravvicinato con una storia di resilienza.

Will è il protagonista della storia narrata. È un uomo nato senza arti che lavora in un circo dei divertimenti. Un circo che esalta le stranezze degli esseri umani, esponendoli in vetrina come fenomeni da baraccone. È durante uno degli “spettacoli” che Will incontra l’enigmatico mister Mendez, famoso nella zona per il suo eccentrico circo. Mendez, partecipa con sgomento alla presa in giro di Will da parte di due bambini, che lo colpiscono con della verdura. Cerca così di avvicinarsi a Will, che mal interpreta il suo interesse e gli sputa in volto. Dopo questo gesto scopre l’identità dello strano signore.

“Non c’è alcunché di edificante nell’esporre le imperfezioni dell’uomo”

Will finisce per aggregarsi al circo della farfalla. Non si esibisce perché Mendez ritiene che il mondo abbia bisogno di stupore. Will si trova ad osservare da lontano la compagnia e a scoprire i loro segreti.

“Ah, se soltanto tu potessi vedere la bellezza che nasce dalle ceneri”

Gli artisti raccolti da Mendez nascondono una storia tormentata alle spalle: povertà, alcolismo, violenza. Eppure sono resilienti e con creatività hanno superato i traumi della loro vita, superandoli. Will è titubante, lui non è come loro, la sua vita è peggio.

"Più grande è la lotta più glorioso sarà il trionfo."

Mendez lancia la sfida.

Will senza saperlo la raccoglie e...esce dal bozzolo, e si mostra farfalla. Nonostante i limiti fisici, trova la sua resilienza. 



La farfalla può essere simbolo della resilienza perché potremmo associarla all’anima e perché apre alla libertà. La resilienza infatti, permette di liberarsi dalle catene che alcuni traumi portano con sè e apre al mondo del futuro e della possibilità. Essere resilienti non è dimenticare le ferite che si hanno ma apprezzare le cicatrici come una possibilità di andare avanti.

Imparate da Will: accogliete i vostri limiti, il vostro dolore, le vostre fatiche e andate oltre, cercate la resilienza, uscite dal bozzo... avete le ali.

Alice




lunedì 8 febbraio 2016

Essere o non essere? Resistere o essere resilienti?

Resilienza? La capacità che un corpo ha di sopportare gli urti... ma anche...




“Ma da queste profonde
 ferite usciranno
 farfalle libere”
Alda Merini


Charles Cyrulnik, psichiatra, neurologo ed etologo rumeno, naturalizzato francese, sviluppa il concetto di resilienza: la capacità di trasformare un evento critico, doloroso, traumatico e destabilizzante in una occasione di apprendimento e di crescita; in modo da permettere una riorganizzazione positiva della vita. 
La resilienza si collega, quindi, con la capacità di risollevarsi e riuscire a realizzarsi dopo un trauma, inventando un progetto che possa allontanare il ricordo del proprio passato e che possa trasformare il dolore di quel momento in un ricordo glorioso o divertente. Per far questo le persone mettono in atto meccanismi di difesa come: il rifiuto, l’isolamento del ricordo, la fuga proiettata in avanti, l’intellettualizzazione e soprattutto la creatività.
L’idea di base delle resilienza non è cancellare i propri problemi, ma dar loro una nuova vita, più sopportabile e magari più bella e sensata. La resilienza dona voce ai fattori protettivi che tutelano la salute mentale dei soggetti esposti a traumi molto forti, permettendo all’individuo di fronteggiare in modo efficace lo stress a cui è sottoposto. Una buona resilienza pone le sue radici in esperienze relazionali, esperienze sociali, esperienze educative che hanno permesso di far sperimentare in chi le vive la certezza che in caso di necessità c’è sempre qualcuno, da qualche parte, che può aiutarlo.
In particolare la ricerca scientifica mostra che quando nella storia dei soggetti resilienti si rintraccia l’esperienza di una famiglia coesa, flessibile, calda, affettiva e supportiva tendono a comparire con meno frequenza sindromi traumatiche. Non stiamo parlando di una famiglia modello “Mulino Bianco”, ma di famiglie in cui le difficoltà e i problemi vengono riconosciuti come parte della propria normalità e affrontati. Ecco qui, ancora una volta, l’idea di dare alla famiglia la possibilità di vedersi come risorsa anche nell’accostarsi alle difficoltà quotidiane in ottica di empowerment.

“Tutti sono chiamati a partecipare al processo di resilienza. Un condominio dovrà preoccuparsi dell’assenza dell’anziana vicina, il giovane sportivo dovrà far giocare i bambini del quartiere, la cantante dovrà formare un coro, l’attore dovrà mettere in scena un problema di attualità e il filosofo dovrà partorire un concetto e condividerlo. Soltanto allora potremmo considerare che ogni personalità percorre, nel corso della vita, la propria strada, che è unica.
Questo nuovo atteggiamento davanti alle dure prove dell’esistenza invita a considerare il trauma come una sfida.
Possiamo forse non accettarla?”
B. Cyrulnik

Vi sembra assurdo?! Mi sono dimenticata un dettaglio essenziale: Cyrulnk è figlio di deportati ad Auschwitz e fuggì da un treno diretto al campo di concentramento di Drancy...

Che la resilienza sia con voi!

Alice

Fonti
Cyrulnik, I brutti anatroccoli - Le paure che ci aiutano a crescere, 1994
Sbattella, Manuale di psicologia dell’emergenza, 2009
Walsh, La resilienza familiare,2008

domenica 7 febbraio 2016

A proposito di empowerment familiare...c'è ancora l'Amore!

Il fotografo di Matrimoni

Mi è capitato oggi tra le mani un articolo, leggendo tra le ultime notizie, quelle che appaiono nella schermata principale del cellulare, che definirei un regalo, e come ogni bel regalo.. non potevo non condividerlo!

Il fotografo di Matrimoni: “L'amore vince sulla guerra”, così scrive il Quotidiano, “La vita continua” Repubblica.
In breve: loro sono Nada Merhi di 18 anni e Hassan Youssef di 27, che posano davanti all'obiettivo del fotografo mentre tutto intorno si vedono solo edifici in macerie e silenzio…il vuoto. 
Ci sono loro, sposi, con il loro amore che vince sulla distruzione e che riempie con una forza disarmante le vie del paese. Scatti surreali, sembrano addirittura fotomontaggi se si considera il contesto, ma non è così.
Il fotografo è Jafar Meray, 22 enne che spiega: "Vorrei che le mie foto seminassero speranza nei cuori della mia gente. Il mio messaggio è di pace".
La città e quella di Homs, ma mi fermo qui con le notizie geografiche e storiche, perché il resto si sa, si conosce, fa notizia.

Quello che mi ha colpito è il contrasto forte che viene ad intrecciarsi tra la voglia di questi ragazzi di costruire qualcosa insieme e la distruzione intorno: il desiderio di formare una famiglia, di unirsi, in un angolo di mondo in cui tutto si divide e si separa.
Analizzando più in profondità, sappiamo che, la relazione coniugale, l'unione di due persone, trova le basi in un patto di fiducia reciproco che vede nel matrimonio il suo atto pubblico, esplicito e il suo rito di transizione.
Fa pensare che questa scommessa di una fiducia venga fatta e fotografata in un paese in guerra, in cui probabilmente, in questo momento storico, si guarda con diffidenza anche il vicino di banco a scuola.
Dietro ad una fotografia di questo tipo, ci sono impegno, responsabilità e trascendenza personale, il superamento di un individualismo e indipendenza che spinge ad una soddisfazione, immediata e poco duratura, di un desiderio fugace.
Un gesto forte, anche in relazione a quello che Bauman, sociologo, definisce "Amore liquido", in un mondo di connessioni e poche relazioni, il segno di unione in un ambiente di divisione è un rimando a quella solidità dei rapporti, che da sempre l'uomo, in quanto essere sociale, cerca.


“La credenza che la persona ha in ciò che è in grado di fare, in diverse situazioni,
con le capacità che possiede” 
(Borgogni,2001).



A presto!