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Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

Visualizzazione post con etichetta transazioni. Mostra tutti i post
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domenica 8 gennaio 2017

Lutto ed empowerment: un ossimoro?

Piccoli consigli per imparare a perdere 

“Come accade spesso ci misero un po’ a ricordarsi che, quando muore qualcuno, agli altri spetta di vivere anche per lui- altro non c’è di adatto.”
Alessandro Baricco




La nostra esistenza è caratterizzata dalla perdita.

Perdiamo tempo,
perdiamo le chiavi di casa,
perdiamo i treni,
perdiamo i capelli,
perdiamo le parole,
perdiamo i calzini,
perdiamo la pazienza,
perdiamo il lavoro,
perdiamo le persone a cui vogliamo bene.
Come si fa?



L’emozione di quando si perde qualcosa di importante è il lutto. Ebbene sì, il lutto è un’emozione specifica. Non è  solo dolore o tristezza quello che proviamo al termine di una storia d’amore o di amicizia, al termine di un contratto di lavoro o quando una persona a noi cara viene a mancare. La scelta predominante è quella di chiudersi in se stessi e dimenticare il più possibile, in modo da anestetizzare il dolore. Aiuta? Forse.

Sappiamo però che il lutto ha 5 tappe, che possiamo attraversare molto velocemente o molto lentamente. Ma sono tappe che val la pena attraversare!

  1. Negazione o rifiuto, il meccanismo di difesa più celebre che equivale a dire “non è mai successo”;
  2. Rabbia, spesso si contraddistingue per essere generalizzata verso l’esterno, impedendo di conseguenza agli altri di prendersi cura di chi soffre;
  3. Contrattazione o patteggiamento, riguarda l’idea che la perdita o la morte possa essere rimandata;
  4. Depressione, servono spiegazioni?! È il momento del dolore, del pianto e della ricerca di solitudine;
  5. Accettazione, comprensione dei fatti avvenuti e superamento. Nel situazioni in cui si perdono persone care può essere facilitata dalla costruzione di ricordi condivisi con altri membri della famiglia in modo da spostare la persona che si è persa da “fuori” a “dentro”.
Tappe fondamentali che ci permettono di vivere in modo resiliente e positivo anche una situazione spiacevole come... perdere. Serve forse imparare a prendersi del tempo anche per perdere e per ritrovare il senso, tempo per rincominciare, 

 A presto,
Alice e Maura 

sabato 25 giugno 2016

Fiabe ed empowerment - La coppia che non tutti si aspettano

Una fiaba al giorno per crescere ogni giorno

Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. 
I bambini sanno già che i draghi non esistono. 
Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.


(Gilbert Keith Chesterton)



Ecco spiegato il motivo per cui Cinema e dintorni è così pieno di fiabe appartenenti all’universo cinematografico. La fiaba, infatti, è per il bambino così come per l'adulto è un luogo sicuro in cui conoscere e sperimentare emozioni molto profonde che all’interno della trama diventano eventi controllabili e gestibili. L’incanto del “C’era una volta” non nasce tanto dalla descrizione di imprese straordinarie, ma dalla capacità che la storia narrata ha di raccontare dilemmi esistenziali. Con un piccolo sforzo di memoria ricorderete che la maggior parte delle fiabe mostra una struttura di base molto simile: l’eroe si allontana da casa, intraprende un viaggio (spesso insieme a persone della sua età), supera degli ostacoli e alla fine trova un partner con cui unirsi nel fantomatico “vissero per sempre felici e contenti”

Perché? 

Le fiabe raccontano i compiti di sviluppo in una forma semplice, tramandabile e facilmente memorizzabile. 

Le fiabe raccontano che è possibile superare le difficoltà del quotidiano, ma anche l’orrido che la vita, a volte, porta con sé. 
Come se non bastasse tutto questo, le fiabe, con la loro totale non curanza delle leggi morali (uccidere nelle fiabe è considerato legale e nessuno si è mai arrabbiato con il protagonista perchè ha ucciso qualcuno) ci aiutano a identificarci nel protagonista buono e virtuoso della saga, facendoci sperimentare benessere. Confessate...chi di voi non ha desiderato almeno una volta essere Harry, Hermione o Ron nella lotta contro Voisapetechi

Perché le fiabe non sono solo per bambini!

Le fiabe piacciono anche agli adulti: basti pensare al mondo delle serie tv, al cinema o ai romanzi. Sempre più spesso la narrazione ci offre storie che rispettando questi criteri: Harry Potter, Pretty Woman, Frozen, Zootropolis, Ribelle, Twilight, le saghe Marvel, Grey's Anatomy, Once upon a time... sono solo alcuni dei tanti titoli che raccontano fiabe anche agli adulti! 

E voi a che fiaba siete affezionati?


Ma che cosa è lo storytelling?


È ed è sempre stato parte della realtà. 

Dedicarsi allo storytelling significa narrare la realtà stessa,
permettere di divenire più consapevoli del proprio agire.

 La narrazione cura le paure.
 I bambini chiedono una favola prima di andare a letto ed entrare nel buio.

(Alessandro Baricco)






Alice & Maura


Fonti

Ciceri, M,R, Mente interattiva. Linguaggi e competenze, Omega, Torino, 2004

venerdì 26 febbraio 2016

Empowerment familiare a tu per tu con una famiglia

La famiglia: un'impresa con un pizzico di follia



"Non c’è niente che ti rende più folle del vivere in una famiglia. 
O più felice. 
O più esasperato. 
O più… sicuro."
(Jim Butcher)

Essere genitori di figli piccoli è sicuramente un'avventura meravigliosa, ma la vera sfida inizia quando i figli crescono e diventano maggiorenni.

Così abbiamo pensato di fare due chiacchiere con una famiglia di “adulti” due genitori e due figli grandi: una all’università e uno appena laureato. All’intervista hanno partecipato mamma Carla, papà Luca e Andrea. L’immagine con cui hanno scelto di rappresentarsi è questo angelo: un quadrifoglio che rappresenta la fortuna, ma anche l’unione di quattro personalità differenti.

Cosa significa per voi essere genitori?
Luca: essere genitore lo scopri solo vivendo perché giorno per giorno ci sono novità, ci sono improvvisazioni e ci sono un milione di cose che devi scoprire e che possono diventare bagaglio dell’esperienza che hai vissuto anche da figlio. Essere genitore è un’impresa (sorride) che giorno per giorno scopri. Ogni giorno c’è una pagina bianca da scrivere per essere genitore. Poi, non è detto che questa pagina sia buona o cattiva quindi è un lavoro lungo e difficile e non si sa mai se riesci..forse solo alla fine..capirai se hai fatto bene il tuo “lavoro” da genitore.
Carla: per me invece è una questione di dare e avere. Mi spiego, si parte come genitori quindi insegnando ai figli e prendendoli per mano. Pian pianino nel susseguirsi degli anni si capovolge la situazione, tu capisci che hai bisogno dei figli e sono loro a prenderti per mano. Se si riesce si instaura un rapporto bellissimo di complicità, perché secondo me la famiglia resta il luogo...non più sicuro del mondo, ma poco ci manca!...la mia famiglia è così, non la cambierei di una virgola. Essere genitori secondo me è questo: insegnare per un periodo della vita, imparare per altri. E poi comunque è un bel fardello. Su questo non ci piove...proverete ragazzi!
Andrea: secondo me essere genitore..non è un mestiere, ma una delle cose più difficili del mondo, lo definirei un equilibrio instabile, dove non sai mai se hai fatto bene o se hai fatto male, se hai dato troppo o dai dato poco..e quindi un equilibrio instabile.

Essere figlio
Andrea: Essere figlio è più facile, perché hai sempre qualcuno su cui puoi contare e hai qualcuno che può darti delle certezze nella vita che altre persone nella vita, al di fuori dei genitori, sicuramente non possono darti.
Essere una famiglia
Carla: beh la nostra famiglia è una bella impresa, nel senso che siamo quattro persone completamente diverse. Essere una famiglia, è come essere un genitore, una cosa bellissima perché hai delle persone sui cui puoi contare. La famiglia è sacra, è, come dicono, una chiesa domestica, perché qui si impara, qui o ti pieghi o ti spezzi o tiri su la testa e ti aiuti soprattutto, o ti fai forza l’uno con l’altro..magari ti mandi anche a quel paese, però sei sempre tu. A noi basta guardarci in faccia e ci capiamo.
Andrea: io uso la metafora della barca. Nel senso che a volte c’è chi è sull’orlo per andarsene e tutti fanno di tutto per tirarlo su. C’è chi è più in difficoltà in quel momento e quindi ha bisogno di essere aiutato, chi in quel momento è più forte e può aiutare, ma nella tempesta, che è la quotidianità delle nostre vite.. è la barca che rappresenta una famiglia, si sta tutti uniti e tutti devono cooperare per fare in modo che la barca superi le difficoltà e che nessuna vada perso. La barca va verso il mare aperto.
Luca: la famiglia è una cosa che si crea dal nulla...è un’unione. È una cosa che va avanti di continuo, è working progress. Perché le persone crescono e cambiano quindi bisogna sempre riconfrontarsi e ritrovarsi. Poi è vero che ci si ritrova, ci si aiuta, ci si scanna...però è sempre un legame indissolubile che anche quando non ci sarà più...sarà sempre un legame. Quando i figli andranno fuori casa... la famiglia non è che non ci sarà più...

Cosa vi hanno insegnato i vostri figli?
CarIa: i miei figli, sinceramente, mi hanno insegnato tante cose. Da genitore mi hanno insegnato che devi tirare fuori le unghie nel momento giusto, devi avere pazienza. Dal punto di vista culturale e intellettuale sono sempre loro ad aver insegnato a noi, su questo non ci piove, poi mi hanno insegnato anche dove io sbaglio il rispetto. Soprattutto Andrea mi ha insegnato il dare tanto agli altri. Con lui abbiamo imparato a metterci in gioco e a metterci alla prova: nel senso, le persone hanno bisogno e allora buttiamoci, che non è poco, eh, perché non è sempre facile al giorno d’oggi. Abbiamo anche un modo di parlare diverso, se mi vesto male loro te lo dicono. Da genitore ci sono delle cose che ti tengono al passo...ci sono anche cose difficili, ma è bello.
Luca: A un certo punto cominci ad imparare, cominci a capire il loro punto di vista, cominci ad apprendere e a capire come se ti trovassi dall’altra parte. In questo momento qua, più crescono più loro hanno da insegnarti, o meglio, ri-aggiornarti perché a volte ti rendi conto di avere dei paletti e una mentalità un po’ più ferma in confronto ai tempi che vanno e loro sono comunque più aperti e hanno delle menti più progressive. Vedono più avanti, ti danno consigli, ti aiutano..a stare a galla..mentre faresti più difficoltà. C’è sempre da imparare.

Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?
Mio papà mi ha insegnato l’umiltà, nel senso che mio papà mi ha sempre insegnato a essere umile, a prendere le cose per come sono, cioè non terra terra, ma imparare a guardare le cose sempre dal punto di vista molto materiale, fare meno voli pindarici, ma mettersi, rimboccarsi le maniche per ottenere i risultati perché quello è uno delle poche strade in cui la vita di può dare soddisfazioni. Giorno per giorno nell’impegnarsi nella quotidianità senza gesti eclatanti, ma soprattutto con costanza, si possono ottenere dei risultati. Un uomo di poche parole, ma di grandi gesti.
Mia mamma mi ha insegnato a sorridere alla vita. Perché qualsiasi cosa succeda mi ha insegnato a vedere i lati positivi, a prendere la vita con un sorriso.

Cosa vi piacerebbe lasciare ai vostri figli?
Carla: in questo momento lascerei ai miei figli la mia passione, io faccio sempre le cose buttandomi, magari sono anche un po’ così..e poi anche un po’ della mia pazzia. Perché se no la vita cosa sarebbe?
Luca: io la mia concretezza e la mia ponderatezza...cose che a volte recepiscono e a volte no. Altro non laascerei...perchè secondo me sono già abbastanza completi così.

Avete riconosciuto di cosa stiamo parlando? L'argomento centrale sono le transizioni, nello specifico le transizioni all'età adulta. Oggi, se ne identificano due tipi: il passaggio da adolescente a giovane adulto e il passaggio da giovane adulto ad adulto. Si tratta di una impresa che ogni famiglia vive e a cui partecipano genitori e figli in modo diverso. Quando i figli crescono arriva il momento di riconoscerli e differenziarli all’interno della storia familiare. Porsi domande come queste in famiglia, può essere un modo per iniziare a riconoscere il valore di ognuno e aprirsi alla crescita.

Alice

Fonti

Scabini, Iafrate, Alla ricerca del familiare, il modello relazionale simbolico, 2012

lunedì 22 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Still Alice e il morbo di Alzheimer

Se vi siete chiesti come potrebbe essere avere l’Alzheimer, guardate questo film!



Preparate i fazzoletti: a cinema e dintorni oggi si piange!

Still Alice è un film del 2014, tratto dal libro Perdersi scritto da Lisa Genova, laureata in neuropsichiatria ad Harvard, al suo esordio con questo romanzo. L'adattamento cinematografico è stato diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con protagonista Julianne Moore nei panni di Alice. 

Nel 2015, grazie a questo film, l'attrice Julianne Moore ha vinto diversi premi, tra cui il premio Oscar e un Golden Globe come miglior attrice protagonista in un film drammatico. 

Il film racconta la storia di Alice Howland , una donna di 50 anni, docente universitaria e madre di famiglia. Una donna in carriera, intelligentissima, una scienziata di successo che per anni ha studiato il linguaggio e il cervello. Quando, durante una conferenza, perde una parola e non riesce più a richiamarla alla memoria capisce di avere qualcosa che non va. La diagnosi è semplice: morbo di Alzheimer.

Fin dalle prime scene si viene accompagnati nella vita di questa donna e insieme a lei si soffre un po’ mentre perde la strada di casa, il cellulare e tutto quello che. Con delicatezza, prima il libro e poi il film, definiscono un ritratto di quello che potrebbe significare avere una malattia neurodegenerativa come il morbo di Alzheimer. Un ritratto che può solo essere considerato verosimile, ma che tuttavia riesce a restituire tutta la fragilità pur senza cadere nel patetico e nel melodrammatico. Il film, però non racconta solo la malattia di Alice, ma anche quella del regista Richard Glatzer a cui era stata diagnosticata la SLA poco prima che iniziassero i lavori alla pellicola. Questo offre alla pellicola un nuovo punto di vista sulla malattia che ha portato alla scelta onesta e diretta di raccontare la malattia in modo intimo, raccolto e riservato. Non pensate che vengano raccontati i grandi drammi: il film si limita ad accompagnare gli spettatori nel percorso della malattia, così come il libro accompagna in modo semplice il lettore... interrogandolo. 

La regia sceglie anche di rispettare la scelta stilistica del romanzo di raccontare in prima persona. Questo permette di immergersi totalmente nella storia e nella fatica della malattia con delicatezza, attraverso gli occhi di Alice, continuamente al centro della pellicola grazie ai primi piani delle inquadrature che diventano via via più sfuocati col progredire della malattia.


“I miei ieri stanno scomparendo, i miei domani sono incerti, e allora per cosa vivo?
Vivo giorno per giorno. 
Vivo nel presente.
Uno di questi domani dimenticherò di essere stata qui davanti a voi a tenere questo discorso.
Ma solo perché presto me ne dimenticherò non vuol dire che l’oggi non conta.
(Lisa Genova)

Con questa frase, Alice, chiude il suo intervento a un convegno sul morbo di Alzheimer.
Ho scelto di usarla come risposta all’interrogativo che si poneva Oliver Sacks davanti alle demenze (e che mi sono posta anche io centinaia di volte). Come viverci? Come parlarci? Che tipo di speranza? Cosa possiamo fare? È solo prendendo atto del fatto che persone con malattie come questa vivano nel presente e giorno per giorno, solo partendo da questo punto di vista, si può iniziare a prendersene cura. Solo dal presente e nel presente si può parlare di benessere e di assistenza. D’altronde si inizia ogni giorno dall’oggi.

E allora come iniziare? Nella vita di tutti i giorni si può provare ad apportare piccole strategie di aiuto per i propri familiari con Alzheimer. Per esempio, usare lavagnette in casa per ricordare gli appunti e le medicine da prendere può essere un modo per aiutare le persone a ricordare. Anche tenere le medicine della mattinata può essere di aiuto. Insieme a queste piccole strategie, i più temerari possono provare a scandire la giornata del malato con un po' di musica: musiche diverse per ogni momento.
Con un po' di creatività si possono trovare semplici strategie per migliorare il clima emotivo dei tutti i componenti della famiglia.

Prendete spunto anche dal film!


Alice 



Fonti 

Genova, Perdersi
http://www.comingsoon.it/film/still-alice/50846/recensione/

sabato 20 febbraio 2016

I compiti di sviluppo dei neo genitori

A modo tuo

Dopo avervi presentato cosa succede alle neo mamme, voglio oggi regalarvi, per la nostra Playlist, l’ascolto di una canzone stupenda che porto nel cuore, A modo tuo, cantata da Elisa e scritta da Ligabue. Cantata da una mamma e scritta da un papà!!

Ci tenevo a postarla in questo blog, perchè penso sia il riassunto più semplice, di come ci si può sentire quando si diventa genitori, mettendo a nudo paure e gioie autentiche che nascono nel tenere in braccio per la prima volta un piccoletto.

Alla soglia dei 28 anni, posso immaginare, con lo spirito materno che è in me, di poter dedicare questa canzone ad un figlio ipotetico che spero arriverà, ma nella realtà mi sento ancora molto figlia e guardando il video, mi inginocchio ancora all'altezza di Emma.

Questa canzone descrive in maniera semplice, quelli che vengono chiamati in psicologia Compiti di sviluppo. Ogni transizione, cioè ogni cambiamento e passaggio all'interno della famiglia, viene innescata da un evento critico, che tende ad un obiettivo: ognuno all'interno della famiglia, deve far fronte a questo evento con le risorse che possiede. La nascita di un bambino, può dirsi evento critico. Il compito di sviluppo ha una valenza sia affettiva, sia etica, esso implica infatti aspetti di cura e di rispetto per l'alterità dell'altro, aspetti di responsabilità e di lealtà, che vanno a legittimare la posizione generazionale altrui...i compiti sono quindi relazionali, ma anche intergenerazionali!

“Sarà difficile diventar grande
Prima che lo diventi anche tu
Tu che farai tutte quelle domande
Io fingerò di saperne di più
Sarà difficile
Ma sarà come deve essere
Metterò via i giochi
Proverò a crescere”

Non si è mai abbastanza grandi per essere padri e madri… e chi può dire il contrario?
… il cambio delle abitudini, l’aumento di responsabilità, i doveri, i valori… viene subito da gridare “Aiuto, aiuto!”.
Ma non ti preoccupare mamma, non ti preoccupare papà.
Pian piano crescendo insieme a voi, ho capito che anche se non siete onniscienti, anche se a volte ( e solo a volte!), commettete degli errori, siete sempre per me, i super eroi più super! Penso che le risposte e i consigli, che i genitori danno a noi figli siano sempre e solo per il nostro bene e più si diventa "vecchi", più lo si impara sulla propria pelle!
Ecco il primo compito di sviluppo, passare da figli a genitori, e il passaggio non è così immediato e facile e accanto a questo, promuovere la distinzione nonni/ genitori.

"Sarà difficile chiederti scusa 
per un mondo che è quel che è
io nel mio piccolo tento qualcosa
ma cambiarlo è difficile
sarà difficile
dire tanti auguri a te
a ogni compleanno
vai un po' più via da me"

Il secondo compito di sviluppo, consiste nella differenziazione e distinzione..il lasciare andare e il riconoscere il figlio come soggetto della relazione, diverso da sè, ma con cui condividere un'esistenza.

“Sarà difficile vederti da dietro
Sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori
Tutti i divieti
E le code che eviterai
Sarà difficile
Mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola
Quella che sarai”

Immagino non sia stato facile vedermi imparare a gattonare, camminare, allontanarmi sempre di più imparando a correre, saltare, andare in bicicletta, prendere la patente e poi volare col parapendio giù per la montagna; imboccare strade sbagliate, tornare indietro... sempre stando a debita distanza, quella distanza tipica di chi protegge ma non soffoca.

“Sarà difficile
lasciarti al mondo
e tenere un pezzetto per me
e nel bel mezzo del
tuo girotondo
non poterti proteggere
sarà difficile
ma sarà fin troppo semplice
mentre tu ti giri
e continui a ridere”

Come coniugi, i genitori dovranno poi legittimarsi a vicenda, supportare il proprio ruolo e il ruolo altrui, con le responsabilità che ne conseguono.


Semplicemente grazie...

“A modo tuo
andrai
a modo tuo
camminerai e cadrai, ti alzerai
sempre a modo tuo
A modo tuo
vedrai
a modo tuo
dondolerai, salterai, cambierai
sempre a modo tuo”

Buon ascolto!


Alla prossima!
Maura


Fonti:
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

venerdì 19 febbraio 2016

Empowerment e mamme: Ecco che da donna divento madre (Parte 2)

Storie di straordinaria quotidianità 
Una madre non dorme mai quando vuole. Essa è legata al sonno di suo figlio.
(Jean Gastaldi)


Dopo aver provato a capire cosa succede in teoria alle neomamme, passiamo ora alla concretezza!!
Abbiamo chiesto ad alcune mamme come è cambiata la vita dall’essere coppia ad essere genitore, quali sono state le gioie più belle e le difficoltà maggiori di questo passaggio, e come, l’avere accanto familiari, possa aiutare mamme e papà in questa avventura…
Nei prossimi post le loro risposte!

“Sarà un luogo comune... ma la vita ti si stravolge.
Questo è quello che mi dicevano tutti e negli "anni" che ho passato ad aspettare G. (si: anni perché ci è voluto veramente tanto tempo perché si decidesse ad arrivare) mi sono sempre chiesta in che modo sarebbe cambiata la nostra vita. Ero un po' preoccupata... avevo paura del "per sempre"... un bimbo arriva e sarai responsabile per sempre di questo cucciolotto. Ma per ora la vita ci è cambiata ma in modo più che positivo. E' tutto bellissimo. Ci sono alcuni momenti in cui io e mio marito ci chiediamo come fosse possibile la nostra vita senza di lui. I giorni scappano via veloci, siamo stanchi, veramente stanchi e mi chiedo... ma per che cosa mi stancavo prima? Adesso dormo poco e male, corro tutto il giorno, faccio sollevamento pesi, cucino, canto, ballo e raccolgo giochi da terra nello stesso momento e... sono contenta. Sono felice. Un bimbo è una gioia immensa, ti da una carica inimmaginabile. Mi sento di dire che è fondamentale per una coppia avere un cucciolo. Un bimbo arricchisce, ti fa crescere, ti fa vedere con altri occhi, ti fa amare come non avresti mai pensato...
E' ovvio, non sempre è facile, ti ritrovi da un giorno all'altro con un esserino da accudire e pensi: "e adesso che faccio?"... ma è la natura, il bimbo ti insegna e tu insegni a lui, e si cresce insieme e ci si corregge. Tante mamme lasciano poco spazio ai propri mariti, perché pensano non possano essere capaci. Io fin da subito ho "lasciato fare", ed è stato un bene perché adesso mio marito fa qualsiasi cosa... più o meno dai: all'outfit meglio che ci pensi io ;).
E vogliamo parlare dei nonni? Dio benedica i nonni perché senza sarebbe mille volte più difficile. Già da genitori sono fondamentali, da nonni poi conquistano quel valore aggiunto che ti salva in tante situazioni. Ti aiutano col bambino ma più che altro ti aiutano in tutte quelle faccende che nell'"avanti bimbo" erano piuttosto gestibili: stirare, cucinare, riordinare, lavarti, vestirti...
In conclusione, quindi, potrei dire che un figlio è la cosa più bella che possa capitare. Rafforza la coppia, perché si diventa famiglia, si scoprono nuovi aspetti del partner prima sconosciuti, c'è un vero e proprio rinnovamento, una nuova complicità. E per tutto questo e per molto altro ancora non posso che continuare a ringraziare.”

Mamma C

Continuate a seguirci per leggere la prossima esperienza!!!
Maura 

giovedì 18 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Il padre della sposa. I cambiamenti belli e difficili da affrontare insieme


Mia figlia è...una donna!



Cinema e dintorni oggi vi propone Il padre della sposa per riflettere insieme sul concetto di transazione.
Il padre della sposa è una commedia del 1991 che racconta le avventure di un papà, George Banks, interpretato da Steve Martin, intento a sopravvivere al matrimonio della giovane figlia Annie. La giovane 22enne infatti, tornata da un viaggio a Roma annuncia alla famiglia che ha intenzione di sposarsi.
George non prende molto bene la notizia. Fin da subito non si mostra pronto a lasciare che la sua piccola cresca e venga portata via da un altro uomo che sicuramente non la merita.

“Beh di questo è fatta la vita: di piccole cose che ti arrivano alle spalle e scatenano i sentimenti”

Ma cosa ha a che fare con l’empowerment questo film? L’ironia che accompagna le gag del protagonista ci fornisce l’opportunità di riflettere su una delle transazioni più belle che una famiglia vive: il matrimonio e la crescita dei figli. Steve e Annie, vivono il turbamento di un passaggio “fisiologico” che ogni famiglia vive. Il nucleo familiare, infatti, è un luogo di generatività e di crescita da concepire come un trampolino di lancio. I figli non devono restare, ma andare.
Come affrontare tutto questo? Il modello relazione simbolico che ci ispira propone una serie di compiti di sviluppo specifici di ogni fase della vita che possono aiutare ad affrontare con maggior serenità i cambiamenti all’interno delle dinamiche familiari.
I tentativi di Annie e del suo fidanzato di instaurare un nuovo tipo di legame con le famiglie di origine sono importanti. La nuova famiglia deve, infatti, potersi differenziare dalle famiglie di origine, per poter dare vita a un nuovo nucleo in cui far convergere la bontà dei legami che hanno vissuto. È, altrettanto importante, che i figli capiscano il nuovo ruolo che vivono all’interno della famiglia, sperimentando un nuovo equilibrio tra legame con il partner e legame con la famiglia di origine. La sera prima del matrimonio, per esempio, la giovane Annie racconta al padre di quanto fosse difficile pensare che dal giorno dopo la sua camera non sarebbe più stata quella in cui è cresciuta.
Steve, diversamente, fatica molto a distaccarsi dalla piccola Annie, al punto che in alcune scene la vede ancora da piccola, non realizzando che Annie ormai ha 22 anni ed è una donna. È molto importante che i genitori imparino a legittimare il ruolo di adulto del figlio e permettergli di crescere... vicino o lontano l’amore di papà o di una mamma si sentono! ;)

Alice


Fonti

Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari

martedì 16 febbraio 2016

"NON CE LA FACCIAMOOO!". I cambiamenti: la sfida quotidiana


Dove e come cercare le risorse quando si pensa di non farcela proprio?!



“Non ti chiedo miracoli o visioni ma la forza di affrontare il quotidiano."


De Saint Exupery



Ogni famiglia attraversa delle transizioni chiave nella sua vita, dei momenti cruciali della storia familiare che possono essere innescati da situazioni più o meno prevedibili e che possono essere caratterizzate da: 

· un ampliamento, come un matrimonio, una nascita o un’adozione;
· una perdita, come morti, separazioni, malattie invalidanti, fallimenti economici;
· la nascita di nuovi rapporti sociali, come l’inserimento a scuola dei bambini o nel mondo del lavoro
· passaggi meno marcati, come la transizione da adolescenti ad adulti

Questi momenti, che possono destabilizzare l’atmosfera familiare possono, tuttavia, essere affrontati insieme, dal momento che i loro effetti si ripercuotono sull’intera dinamica familiare. Questa esigenza di imparare ad affrontare insieme i periodi di passaggio è fondamentale soprattutto oggi perché la famiglia non segue più percorsi “normativi” ma sempre più personalizzati: se una volta era normale pensare che terminati gli studi superiori i figli andassero a lavorare e si preparassero ad andare a vivere da soli, oggi la situazione è molto cambiata e ogni famiglia vive un percorso a volte molto diverso. 

È importante ricordare la dimensione temporale di questi passaggi. Ogni evento, infatti, scatena un periodo di disorganizzazione, in cui la famiglia vive caoticamente e solo successivamente entra in una fase di ricerca di soluzioni che può portare a una fase di stallo, a una riorganizzazione o a una dissoluzione. È durante questa fase che la famiglia esce allo scoperto mettendo in mostra i suoi punti di forza e di debolezza ed è proprio questo il momento più adatto per pensare di chiedere aiuto. Durante i momenti di transito, infatti, si vive una situazione incerta in cui diventa centrale il tema della perdita: si tratta di affrontare il nuovo e di perdere la sicurezza di una situazione nota... un po’ di dolore è normale. Tuttavia, a causare difficoltà non è tanto la forza di un singolo evento di passaggio, quanto l’accumulo di sfide e di richieste che vengono fatte alla famiglia. Tipicamente ci si trova a gestire diversi eventi critici in contemporanea. Per esempio, oggi molto spesso il momento in cui i bambini iniziano a essere inseriti nel mondo della scuola è anche il momento in cui i nonni iniziano a invecchiare e in cui si manifestano le patologie croniche tipiche di questa fase della vita. È fondamentale, per il benessere di ogni componente, che la famiglia tenga ben a mente le risorse disponibili nei singoli individui, nel suo sistema e nella dimensione sociale che la circonda imparando ad organizzarle e a utilizzarle nel modo più efficace. 

Per questo motivo abbiamo pensato di cercare di individuare alcuni possibili risorse disponibili sul territorio di Milano per rispondere ad alcune fasi critiche che la famiglia può attraversare mentre si occupa di bambini o di anziani, per esempio. Ci sembra in questo modo di poter dare qualche spunto di riflessione sulle opportunità disponibili, favorendo la ricerca di nuove soluzioni creative. Queste risorse sociali si vanno a sommare alla risorse individuali e alle caratteristiche peculiari di ogni famiglia, in aggiunta ad alcuni “compiti” tipici che ogni famiglia dovrebbe tenere a mente... curiosi? 


Continuate a seguirci! 

Alice 






Fonti
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003

sabato 13 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Lilo e Stitch, la famiglia e la cura

Ohana: la famiglia che cura e non dimentica



"Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato."



Cinema e dintorni, torna nell'universo Disney per avvicinarsi al mondo della cura a piccoli passi.

Oggi parliamo di Lilo e Stitch, una storia di tenerezza.

Stitch è il nome che la piccola Lilo assegna allo strano cucciolo che adotta per due dollari alla canile della piccola isola su cui vive. Lilo non sa che Stitch è un esperimento alieno programmato per distruggere qualsiasi cosa, è considerato un prodotto mal riuscito di una mente distorta ed è in fuga dalla sua galassia.

Anche Lilo è una bambina particolare. Ha difficoltà ad avere amici, è orfana e rischia di essere affidata ai servizi sociali se Nani, la sorella maggiore, non riesce a dare stabilità alla loro situazione. Nani è giovane e sa fare la sorella, non la mamma, tuttavia si impegna e prova in ogni modo a prendersi cura della piccola. Il motto della loro famiglia è  racchiuso nella parola “Ohana”:

Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato.



L’indole distruttiva di Stich si incontra e si scontra con il legame familiare delle due sorelle. Provate dalla perdita dei genitori, resilienti, hanno imparato che la famiglia è il luogo in cui chi se ne va non va dimenticato, ma neanche abbandonato. Lilo non vede la diversità aliena e distruttiva di Stitch, come Nani e gli abitanti dell’isola, è in gamba si vede subito! In modo simile allo stile con cui Nani si prende cura di lei, cerca in tutti i modi di aiutare Stitch a essere meno distruttivo e fa in modo di trovargli un posto nella loro casa e nella comunità dell’isola. Il piccolo alieno inizialmente fatica molto a capire questa forma di legame direzionato alla costruzione e non alla distruzione, tuttavia, sfogliando la storia del brutto anatroccolo inizia a sentire di aver bisogno di qualcuno che ti cerca quando ti perdi. È nel momento in cui Nani sta per perdere Lilo che Stitch capisce di essere diventato anche lui parte della loro Ohana e che quindi è giunto il momento di darsi da fare per evitare che la piccola venga abbandonata o dimenticata. Potremmo dire che è la cura del legame tra le persone che rende possibile l’integrazione di Stitch nella famiglia. Curarsi dell'altro non è solo semplice accudimento fisico come nel caso di una malattia ma anche sostegno attivo nella crescita del singolo e del suo benessere, Ci prendiamo cura di qualcuno anche sostenendo durante una scelta difficile o mentre prova a difendersi dal bullismo o da altre forme di malessere e di disagio. Solo alzando gli occhi verso chi abbiamo davanti, possiamo riconoscerlo e da alieno, avvicinarlo alla nostra Ohana. 

Sono l’interesse e la cura verso gli altri a renderci umani!



"Questa è la mia famiglia.
L'ho trovata per conto mio.
E' piccola e disastrata ma è bella. 
Sì, davvero bella."
Alice 

giovedì 28 gennaio 2016

Cos'è l'empowerment familiare?

Lo sviluppo delle potenzialità Nella famiglia e Della famiglia



"Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile"

San Francesco d'Assisi

Vogliamo indrodurvi al nostro blog raccontandovi un pò che cosa sia l'empowerment familiare!
Abbiamo già cercato di capire cosa significhi  EMPOWERMENT riferito alla persona, ma quando questa si trova a vivere insieme ad altri, in particolare nella famiglia, come si può declinare questo concetto?


Pensiamo che l’esigenza primaria della famiglia, sia quella di trasformarsi in relazione ai bisogni evolutivi dei singoli componenti, conservando il senso della propria identità e continuità nel tempo. Il gruppo famiglia deve poter conservare una propria stabilità, pur adattandosi a continue trasformazione.
Queste riorganizzazioni possono essere definite come particolari transizioni che il gruppo famiglia si trova ad affrontare.

“I passaggi, sia che essi siano innescati da eventi positivi come la nascita o il matrimonio o negativi come una malattia o una morte danno luogo all’inizio ad un periodo di disorganizzazione: le famiglie si muovono per un po’ in modo caotico. A tale periodo segue un periodo di ricerca di soluzioni. Le famiglie si muovono per tentativi ed errori alla ricerca di un nuovo funzionamento che consenta di rispondere alle sfide che la nuova situazione comporta. 

Scabini 2010

Proprio questo è il momento migliore per intervenire e per approfondire le dinamiche familiari.
durante i passaggi e le transizioni, vengono a galla i punti di forza e di debolezza, quali significati sono condivisi, quali sono le risorse sulle quali si può far leva.

Questo è ancora più vero in situazioni particolari, quali l’incontro con la disabilità infantile o senile. 
Con questo, pensiamo che sia fondamentale considerare la famiglia che si trova ad affrontare la disabilità, come sistema in evoluzione e come protagonista di un processo di adattamento continuo.
L’empowerment familiare si fa strada qui, tra le transizioni fisiologiche proprie della famiglia e nei passaggi più delicati di situazioni particolari: esso indica l’aumento di capacità, lo sviluppo delle potenzialità, il processo di responsabilizzazione, il potenziamento della persona, della coppia e della famiglia.
Percorso che inevitabilmente si intreccia con il normale evolversi e adattarsi della famiglia alle situazioni che la quotidianità le pone di fronte.
L’empowerment familiare può dirsi quindi un criterio e un metodo di intervento, che si pone come obiettivo quello di attivare le potenzialità delle relazioni familiari, facendo leva sulle capacità (simboliche, cognitive, affettive) possedute da persone e relazioni, nel grado in cui esistono e cercando di attivare i potenziali latenti, così da arrivare a creare dinamiche adattive e salutari per tutti i soggetti coinvolti nella situazione.

“La famiglia è sede di un capitale primario perché in essa le persone mettono in gioco, 
si scambiano, non qualche aspetto di sé, come capita all’interno dei ruoli sociali, 
ma sé, la totalità di sé.” 
E. Scabini

Maura



Fonti
Buscaglioni M., La società liberata. 1994
Donati P.P.  La famiglia nell’orizzonte del XXI secolo: quale empowerment? 2001
Scabini E, Iafrate R. Psicologia dei legami familiari 2003
Scabini E. Famiglia e famiglie: affetti e legami
Scabini E, Introduzione convegno ESFR "Family transitions and families in transition, 2010
Simeone D, Educazione familiare e vita di coppia, 2009
Zimmerman M.A.:  Empowerment Theory. Psychological, Organizational and Community Levels of Analysis. 2010