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Questo blog nasce all’interno del nostro percorso in Psicologia del benessere, una nuova aria che si respira tra i corridoi della Facoltà.

L’idea è far scoprire alle persone le potenzialità che hanno per poter affrontare al meglio le sfide di ogni giorno.

Abbiamo deciso di avventurarci nel mondo dell’empowerment familiare, perché, attraverso le nostre esperienze abbiamo avuto modo di toccare con mano quanto sia importante la famiglia come fonte di supporto e come fattore protettivo, ma anche come questa, in alcune situazioni particolari della vita, possa aver bisogno di un aiuto!

Curiosi di saperne di più? vi aspettiamo qui!! :)

Alice & Maura

Visualizzazione post con etichetta disabilità. Mostra tutti i post
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lunedì 11 luglio 2016

Empowerment e la scelta di una vita: Felicità o Benessere?

Dottore che sintomi ha la felicità?


"Il concetto di responsabilità poggia su una visione dell'individuo profondamente e intrinsecamente positiva secondo la quale il soggetto è innanzitutto portatore di risorse. Conseguentemente il benessere non si qualifica solo come assenza di patologia ma soprattutto come messa a frutto e piena espressione di tali risorse."
(Balzarotti & Biassoni) 





Rubo questa domanda provocatoria dallo stato di Whatsapp di un amico e da una canzone di Jovanotti e ve la giro: 

Secondo voi che sintomi ha la felicità?

Come siamo quando siamo felici?

Come stiamo quando siamo felici?

I Negrita anni fa hanno provato a rispondere parlando di rumori con "Che rumore fa la felicità?".  Aldo Giovanni e Giacomo insieme a Samuele Bersani si dicevano:“Chiedimi se sono felice”.
Tante le domande, poche le risposte.
C’è anche chi parla di totale assenza di malattia, chi di appagamento, chi di obiettivo da raggiungere nella vita. 

E la psicologia?

Gli psicologi ci dicono che non possiamo essere felici per tutti la vita. 
Ma tranquilli, non è una brutta notizia. 
Felicità o gioia in psicologia sono, infatti, emozioni e per definizione si tratta di uno stato transitorio e momentaneo. E noi non ci accontentiamo di stati transitori e momentanei.

Noi vogliamo stare bene sempre giusto?

Ecco, allora si parla di benessere.
La domanda quindi cambia: “dottore che sintomi ha il benessere?”. 
E forse abbiamo la risposta. 

Gli scienziati hanno scoperto che il nostro cervello è predisposto per provare felicità e farci sperimentare benessere, esiste infatti una sola area che, se lesionata, rende impossibile provare emozioni piacevoli. Ho un’altra bella notizia: si trova in una regione molto profonda ed è praticamente impossibile comprometterla! 

I sintomi del benessere, invece, possono essere così riassunti: 
  • Avere un atteggiamento positivo verso se stessi che parte dall’abilità di esplorare i propri limiti per arrivare a una valutazione positiva della persona che si è. 
  • Avere buoni legami con altre persone caratterizzati da sentimenti di fiducia ed empatia. Tutto questo grazie alla capacità di amare e di prendersi cura dell’altro che ognuno di noi ha. 
  • Essere autonomi, che non significa vivere da soli e non dipendere economicamente da nessuno ma essere capaci di prendere scelte determinanti da soli, sentirsi indipendenti nell’affrontare il mondo e non sentirsi influenzati dall’opinione altrui mentre si prende una decisione. 
  • Essere capace di individuare, scegliere o creare un ambiente adatto alla propria psiche (chiamiamola anche anima se ci va!). A questa capacità si lega anche l’abilità di modificare, trasformare e controllare ambienti complessi con creatività. (tranquilli non si riferisce solo ad addobbare in modo creativo la propria camera!) 
  • Avere uno scopo di vita che dia senso e direzione alla propria vita, supportato da convinzioni e valori profondi. 
  • Percepire un continuo sviluppo del proprio potenziale e avere la tendenza a cercare il confronto con nuove sfide e compiti. 

Non fatevi prendere dalla paura: non è necessario avere tutti questi “sintomi” perché anche solo uno influenza la percezione degli altri!

Il benessere, inoltre, non è una mera condizione o del corpo o della mente è qualcosa che proviamo in un coinvolgimento completo con la nostra corporeità, indipendentemente dal nostro livello di salute. 

Oggi abbiamo fatto il pieno di buone notizie, vi sentite anche voi un  po' rigenerati? 

Voi che sintomi avete?


Alice&Maura 

sabato 2 aprile 2016

L'Empowerment familiare e l'autismo con #sfidAutismo: 10 cose che ogni bambino con autismo vorrebbe che tu sapessi

Primo passo per sconfiggere? Eliminare il pregiudizio!



Lei ha dimestichezza con la parola "autismo"?



Con questa provocazione oggi ci fermiamo a riflettere sulla Giornata di sensibilizzazione per l'autismo. Vi abbiamo raccontato la storia di Franco e Andrea oggi vi raccontiamo di Ellen e di come la sua vita è cambiata quando si è sentita chiedere: "lei ha dimestichezza con la parola autismo"?

Ellen Notbhom è una mamma che racconta con la voce di suo figlio 10 Cose che un bambino autistico vorrebbe che tu sapessi, un articolo e poi un libro con un successo strepitoso che l'autrice commenta così: 

Decisi che il motivo del suo successo era che parlava con la voce di un bambino: una voce che generalmente non viene ascoltata in mezzo al frastuono sempre più caotico di chi parla di autismo. 

La sfida di Ellen è, infatti, combattere i pregiudizi che si formano intorno all'autismo, spesso fomentati dalle parole che si usano per definire questa condizione, tuttavia proprio le parole che usiamo quotidianamente impediscono lo sviluppo di una prospettiva sana nei confronti dell'autismo di un bambino.

Lo sappiamo bene quanto i pregiudizi influenzino il nostro modo di pensare e di conseguenza di guardare il mondo e di comportarci. Forse è il caso di iniziare a superarli, soprattutto quando nascono intorno a etichette.

Una persona non è mai la sua diagnosi.

MAI.

C'è sempre altro e val la pena di cercarlo.

Il primo passo di Ellen verso una prospettiva sana e senza stereotipi è il suo "decalogo"che ogni adulto e ogni figura educativa dovrebbe tenere bene a mente SEMPRE
  1. Io sono un bambino 
  2. I miei sensi non si sincronizzano
  3. Distingui fra ciò che non voglio fare e ciò che non posso fare
  4. Interpreto il linguaggio letteralmente
  5. Fai attenzione ai modi in cui cerco di comunicare 
  6. Fammi vedere! Io ho un pensiero visivo
  7. Concentrati su ciò che posso fare e non su ciò che non posso fare
  8. Aiutami nelle situazioni sociali
  9. Identifica che cosa innesca le mie crisi 
  10. AMAMI INCONDIZIONATAMENTE 
e il vostro primo passo?

Alice & Maura

Altri spunti di riflessione sul tema:
L'empowerment familiare e l'autismo


Fonti 
Notbhom E., 10 cose che ogni bambino con autismo vorrebbe che tu sapessi  



venerdì 18 marzo 2016

Un pomeriggio al SAPRE, un servizio di empowerment familiare per i genitori

 “Un servizio per i genitori nato dai bisogni dei genitori”


Oggi vi vogliamo presentare il SAPRE-UONPIA, un servizio all’interno della Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, facente parte del dipartimento di Neuroscienze di salute mentale, U.O. Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (UONPIA), avente come dirigente medico la dott.ssa Antonella Costantino.
Abbiamo scelto di andare ad incontrare il personale professionista di questo Servizio, perché in linea con la nostra idea di Empowerment Familiare e di sostegno delle risorse residue della famiglia, anche in caso di confronto con la disabilità e le difficoltà che una malattia può portare all’interno del nucleo familiare.
Il SAPRE è un Servizio di Abilitazione Precoce per i Genitori con bambini affetti da Atrofia Muscolare Spinale (SMA) e altre gravi malattie metaboliche e neuromuscolari, gravemente invalidanti. L’obiettivo principale e la Mission di questo servizio sono quelle di insegnare ai genitori a:
  •  Sviluppare le abilità necessarie a gestire la prassi ordinaria e straordinaria della vita quotidiana;
  • Saper gestire in modo concreto ed efficace il rapporto con il Sistema Sanitario Nazionale, le istituzioni, gli enti e le associazioni
  •  Mantenere il proprio stato di salute mentale preesistente allo scontro con la patologia del figlio
Abbiamo chiesto alla dott.ssa Chiara Mastella, Fisioterapista e Counselor Sistemico Sanitario, fondatrice del SAPRE, come è nato questo servizio e perché:
“Io nasco come fisioterapista del 1986, e a quel tempo, i metodi di riabilitazione erano fortemente centrati sull’addestramento dei genitori. L’addestramento dei genitori aveva però un problema importante: per utilizzare il genitore come esecutore di tecniche, occorre gestirne la motivazione nel tempo. Quello che non dicevano quelle tecniche, è che il bambino non sarebbe tornato un bambino normale, ma sarebbe rimasto per tutta la sua vita un bambino gravemente disabile con i danni strutturali e biologici tipici della malattia. La riabilitazione insegnava strumenti, tecniche ed esercizi che potevano migliorare alcune performance. Tuttavia, il genitore si scontrava con il tempo, la fatica e l’impegno e nonostante questo, il bambino restava disabile.
Oltre a tutte le tecniche internazionali di allora Doman, Bobath, Vojta ecc, venni a conoscenza della metodica “Pedagogia conduttiva” di Andras Petò a Budapest nel trattamento di paralisi cerebrali infantili (PCI). Andai quindi, ad imparare questa metodica e mi si aprì un mondo: come far fare la pipì, la cacca al bambino, come abituarlo a vivere nel quotidiano con la sua disabilità. Anche se non c’erano prospettive di guarigione venivano insegnate cose semplici e apparentemente banali: i bambini gravi rimanevano gravi ma potevano acquisire abilità che non avevo mai considerato prima.
I trattamenti riabilitativi in Italia, erano legati ai centri di riabilitazione pubblici negli ospedali, come le varie UONPIA, con risorse limitate e quindi, con percorsi limitati sulle famiglie e con tempi di attesa lunghissimi, oppure erano affidati ai servizi privati e convenzionati, che magari davano qualche prestazione in più, ma il cui modello era sempre quello “terapista sul bambino”. Al genitore si diceva “Fai il genitore che al bambino ci penso io”: peccato che fare il genitore di un bambino gravemente disabile non sia come educare un figlio sano.”

Ed è forse questo uno dei punti cruciali con una coppia di genitori, di un bambino, malato di una malattia incurabile, deve fare i conti: confrontarsi con attese diverse, scontrarsi con le difficoltà quotidiane che si possono presentare nella gestione, nella crescita e nell’educazione del proprio figlio, diverse rispetto a quelle che si presentano nell’affrontare la crescita di un bambino sano.
“Nel frattempo mi era stato chiesto di contenere questo intervento sulle PCI per una serie di motivi legati anche al grave conflitto che si creava con i servizi sul territorio.
Così mi sono dedicata alla passione per la SMA, che già era iniziata parallelamente a questo percorso, e dove maggiormente l’intervento sui genitori mi sembrava adeguato, dato che il bambino SMA nessuno lo prendeva in carico e impone ai genitori un’intensità di assistenza da subito, che non è solo la fisioterapia ma anche legata alla respirazione, all’alimentazione e soprattutto alla morte.
Questo mi ha spinto a cercare una formazione come Counselor Sistemico Sanitario, che esplorava all’interno del nucleo familiare tutte le domande, le problematiche, ma anche le possibili risorse, attraverso piccole interviste, lo stare con le famiglie, il mangiare insieme, giocare, andare a trovarle, rispondere alle telefonate 24 ore su 24. Il nostro ruolo non era quello di far finta: muovere un braccio o una gamba dicendo di occuparci così di una famiglia, in realtà occuparsi della famiglia è un investimento grande della risorsa operatore.”

La grande motivazione alla base del SAPRE-UONPIA e dei suoi professionisti, è quella di cercare di tirare fuori salute dal nucleo famigliare costruito precedentemente l’incontro, o scontro, con il bambino malato. L’obiettivo principale è che la famiglia possa sopravvivere e rimanere sana di fronte al dolore terribile della morte di un figlio, dato che “i bambini con la SMA muoiono tutti i giorni e tutte le settimane”. Nonostante la famiglia diventi pian piano capace di far crescere un bambino, la SMA è incurabile e, “vince sempre sull’uomo”.
“Nel 1998 incontro Cesare, bambino SMA1 e il suo papà Gianfranco Baldinotti, che mi disse “Tu cosa vuoi fare da grande? Tu aiutami e insieme faremo un servizio per genitori. Quello che mi interessa è saltar fuori dalla malattia di Cesare perché lui morirà, ma noi sopravviveremo a lui”.
NEL 2000 presentammo il “Progetto Abilità” al Settore Famiglia del Comune di Milano per poter fondare il SAPRE la filosofia che lo sostiene. Inaspettatamente, vincemmo il primo premio, un miliardo di lire: io Terapista e Counselor e Gianfranco genitore e ingegnere. Essendo diviso in tre anni e vinto attraverso l’allora ICP, Istituto di Perfezionamento, (dal 1995 Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico), era una cosa troppo grande per un’azienda forse non ancora pronta. Dentro questa vincita nasce il servizio SAPRE, Servizio Abilitazione Precoce dei Genitori, il cui obiettivo è quello di fornire conoscenze, competenze, abilità e motivazione per essere una coppia genitoriale di un bambino con la SMA o con altre malattie metaboliche rare, gravemente invalidanti, a prognosi altamente infausta. Con il premio ridotto dopo il passare degli anni, abbiamo allestito e costituito il centro all’interno dell’ICP (ora Policlinico), con l’obiettivo famiglia che rimane il motore principale.”

Tutto si gioca nel capire la relazione della coppia genitoriale, la relazione tra i parenti, tra chi c’è in casa e vive con in contatto con il bambino, per questo sono invitati a recarsi al servizio tutti quelli che possono supportare la genitorialità competente.
Come ci racconta la Dott.ssa Mastella, ci sono alcune cose pratiche che occorre imparare legate alla malattia, che diano sicurezza e capacità di muoversi anche con il Servizio Sanitario, con la suola, i medici e che possano aiutare la famiglia ad affrontare il dolore all’aggravamento della malattia, ad informare il bambino sulla sua malattia (a seconda del livello cognitivo) e aiutarlo ad affrontare il peggioramento della stessa, fino alla morte.
“I binari essenziali, quindi, quando incontro una famiglia sono quelli della Mission del SAPRE: è importante che i genitori diventino i migliori genitori per quel bambino e che, anche se lui muore, i genitori rimangano genitori. È importante per la famiglia e per il bambino SMA, trovare soluzioni per vivere il poco tempo con soddisfazione, con la consapevolezza di essere passato di qua, di essere venuto a trovare questa famiglia e poi fare le valigie e partire per un altro viaggio. Per il SAPRE è quindi importante il sostegno e il rinforzo della motivazione, la conoscenza e le competenze della famiglia, l’Empowerment e mantenere la salute genitoriale anche dopo la morte del bambino.”


Oltre all’impegno quotidiano nel sostegno alla famiglia e ai bambini, ogni anno durante l’estate il SAPRE organizza uno stage residenziale teorico pratico, di formazione per genitori, fratelli e altri, di bambini affetti da SMA con carrozzina elettronica: “Mio figlio ha una 4 ruote”, giunto quest’anno alla sua 8° edizione.



SAPRE-UONPIA 
(Settore di Abilitazione Precoce dei Genitori - Unità Operativa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza)
Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico; Viale Ungheria, 29 - 20138 – Milano



http://www.sapre.it/



A presto!
Maura &Alice

domenica 6 marzo 2016

Cinema e dintorni: Quasi amici e il caregiver formale


Il caregiver formale: chi è costui? 



Oggi a cinema e dintorni parliamo di Quasi Amici. Un film che racconta in modo semplice che cosa è un caregiver formale, cioè colui che nel linguaggio comune viene identificato come il bandante o la badante: una persona che si occupa di curare il malato con un contratto di lavoro. Questo comporta un carico emotivo, fisico ed economico verso l’assistito che si presenta, per sua natura, differente dalla relazione tra caregiver informale (tipicamente un parente) e malato. Il ruolo del caregiver formale è molto delicato, dal momento che può essere facilmente percepito come un “invasore” delle dinamiche familiari. Tuttavia servirsi di un caregiver informale può ridurre il livello del burden e di stress che la famiglia sopporta in situazioni di cura estrema, come nel caso di alcune patologie invalidanti. 



Questo è proprio ciò che avviene nel film: un giovane cerca di ottenere il sussidio di disoccupazione dopo aver scontato la pena in carcere in seguito a una rapina. Si trova così a sostenere un colloquio presso la casa di Philippe, un uomo molto ricco, ma altrettanto malato. Al colloquio Philippe resta colpito dall’atteggiamento di Driss e decide di proporgli una scommessa: lavorare per lui. 

“Philippe: Come si sente a vivere di assistenza?
Driss: Cosa?

Philippe: Non le dà fastidio campare alle spalle degli altri, non le dà qualche piccolo problema di coscienza?

Driss: A me no, e a lei?

Philippe: Ad ogni modo, pensa che sarebbe capace di lavorare? Di rispettare un contratto, degli orari, delle responsabilità?

Driss: Mi sbagliavo, ne ha di senso dell'umorismo.
Philippe: Ne ho tanto che ho pensato di prenderla in prova per un mese! Le lascio tutta la giornata per rifletterci; scommetto che non regge due settimane!”


Il film racconta come Driss e Philippe si abituino progressivamente alla rispettiva compagnia e alle difficoltà quotidiane, arrivando a stringere un rapporto di quasi amicizia che porta Driss a essere confidente di Philippe e Philippe a insegnare a Driss come vuole essere da grande. 

“È esattamente questo, quello che voglio: nessuna pietà. Spesso mi passa il telefono, sai perché? Perché si dimentica. È vero, non ha una particolare compassione per me, però è alto, robusto, ha due braccia, due gambe, un cervello che funziona, è in buona salute; allora di tutto il resto a questo punto, nel mio stato, come dici tu, da dove viene, che cosa ha fatto, io me ne frego.”

Buona visione! 

Alice


Fonti 
http://www.inforesp.org/ricerca-lignano.html#

martedì 23 febbraio 2016

Una nascita speciale: storie familiari (parte1)

Ti seguirò fuori dall'acqua

Voglio oggi proporvi una lettura particolare, a mio avviso un libro da tenere sul comodino, una storia di quelle belle e soprattutto vere, dove gli eroi sono reali e sono piccoli.

“Seneca sosteneva che per quanto sottile sia un foglio, presenta sempre due facce... Esperienza di accoglienza di debolezza fragilità e imperfezione”. 
Ecco che inizia la storia di Francesco, bambino affetto da trisomia- 21 (Sindrome di Down), nato in anticipo di 9 settimane.

La vicenda di Francesco è narrata in Ti seguirò fuori dall'acqua. dal papà Dario Fani, che in modo sincero, a volte “crudo”, narra di come questo bimbo per lui sia in qualche modo “morto e rinato”.
Francesco nasce prematuro, in mezzo alle urla di infermieri e medici praticamente sconosciuti, “Io potevo solo ascoltare. Osservare. C’era una linea gialla sul pavimento che non andava superata.”, accompagnate dalle parole ciniche di un’infermiera poco accorta, “Dimmi te se nel 2009 dobbiamo ancora vedere queste cose qua.”

“Ero diventato papà da qualche minuto e non stava accadendo nulla di quel che mi aspettavo. Mi sembrava impossibile che mi fosse concesso di vivere un momento di normalità.”

In mezzo a quell’insieme di urla, il papà capisce subito che qualcosa non va, ma come spesso accade in ospedale, tutto è veloce e le informazioni confuse.
Sincerità diretta, schiettezza, parole che penso rispecchino il pensiero di molti di fronte ad un evento così inaspettato e speciale, fanno da sfondo già dalle prime pagine di questo libro. 

Ogni genitore al momento della nascita e nei giorni successivi deve fare i conti con la realtà, con un confronto inevitabile fra il figlio ideale desiderato e sperato, e il figlio reale che ora tiene tra le braccia.
Ma non sempre è facile, soprattutto quando, come in questo caso, tutto viene ad essere scombussolato. Il cambiamento è così veloce e inevitabile; tra le braccia Francesco è “molle”, ipotonico, e può starci solo per brevi momenti, dal momento che la sua casa ora è un’incubatrice con tanti led e tubi rumorosi. 

“Appena salito qui, una delle infermiere mi ha consegnato quello che ha chiamato foglio illustrativo. Come se invece di un bimbo, fossi diventato papà di un medicinale. “Questo spiega suo figlio, non se lo perda”.” E come si fa a orientarsi in un simile clima?

Francesco è un bambino forte e coraggioso e presto impara a farsi volere bene dal papà e dalla mamma e nonostante tutto sia messo alla prova, nonostante tutte le certezze siano ormai cadute, la loro fiducia nel loro piccolo va sempre più aumentando. “Si migliora, ma una goccia alla volta, altrimenti perché credi che ci sia stata destinata un’esistenza fatta di anni e anni? Per capire le cose ci vuole tempo. E per applicarle ce ne vuole tre, cinque, sette volte tanto. A volte non basta una vita.”
Sensi di colpa lottano con quella che è la contingenza degli eventi che accadono, la realtà che si presenta davanti; così, impotente di fronte all’incubatrice, il papà fa la cosa più comprensibile, cerca un colpevole, anche se in cuor suo sa che un colpevole non c’è.

Il cambiamento inizia nel momento in cui ci sono le prime interazioni autentiche, quando il papà tiene tra le braccia, Francesco, piccolo e innocente. “Oggi hai vinto tu afferrandomi un dito.” Ed è proprio quando il piccolo viene accettato per quello che è, un bambino, tutto cambia prospettiva: “Non andartene, non ora, che finalmente sei nato. Nato dentro di me.”
E così è come se ci fossero due nascite, una ideale e una reale, quando ci si trova a fare i conti con ciò che ci si presenta davanti. E infondo questo accade sempre, non solo quando ci si trova davanti ad un evento così particolare.

“Ti seguirò fuori dall’acqua” è un libro che insegna molto, ma che giustifica anche tutti quei pensieri normali che affiorano di fronte alla disabilità di un figlio, la rabbia, la colpa, il rifiuto.

Penso sia un grande libro, scritto da un grande papà, che parla della storia di un grande bambino con due genitori coraggiosi.

“Dobbiamo crescere, siamo genitori solo da una manciata di giorni, cosa pretendi?
Miglioreremo giorno dopo giorno.”

 Ti seguirò fuori dall'acqua

Buona Lettura!

Maura


Fonti
http://www.tiseguirofuoridallacqua.it/
Dario Fani, Ti seguirò fuori dall'acqua
Scabini, Iafrate, Psicologia dei legami familiari, 2003


martedì 2 febbraio 2016

Cinema e dintorni: Empowerment e Frozen – Il regno di ghiaccio,

A lezione di empowerment...da Elsa!


Oggi inauguriamo una rubrica che ci accompagnerà alla scoperta del benessere familiare attraverso Cinema e dintorni, un momento di incontro tra due mondi affascinanti: psicologia e cinema!

Iniziate a segnarvi il titolo del primo film per non rimanere indietro!

Frozen, il regno di ghiaccio è uno degli ultimi classici prodotto dalla Disney. Fin da subito apprezzato da grandi e piccoli, può essere letto come una manifestazione e una non manifestazione di empowerment.

La storia narra le vicende di Elsa, una bambina un po’ speciale che ha il dono del ghiaccio e di sua sorella Anna. Il potere di Elsa si manifesta fin dall’infanzia e ben presto sembra pericoloso: giocando, infatti, colpisce alla testa la sorella. Tuttavia Anna si salva grazie al pronto intervento di troll guaritori, che sollecitano Elsa a imparare a controllare i suoi poteri, legati, a loro dire, alla paura. I genitori, scelgono una via molto più rapida: la diversità di Elsa può essere pericolosa, è necessario allontanarla dalla sorella. Ecco qui una situazione in cui un po’ di empowerment e un po’ di sostegno esterno sarebbero stati molto utili per la piccola Elsa e per aiutare i genitori a gestire questa situazione. Purtroppo i suoi genitori decidono di affrontare la questione “in vecchio stile”: Elsa è diversa dagli altri, se non può essere come gli altri è meglio allontanarla per proteggere lei e gli altri. Commentando il film con mia nonna mi ha fatto notare che “prima di tutte le cose che studi tu si faceva così...persino con i mancini!”.


Oggi come potrebbe essere gestita una situazione del genere?

La vita di tutti i giorni ci mette davanti a ostacoli che sembrano superabili solo ignorandoli o scappando. Ignorare una difficoltà che si manifesta in famiglia è negare il proprio aiuto e non prendersi cura di chi si ha intorno. Quando si ha la sensazione di non farcela è il momento di guardarsi intorno e di scoprire le risorse che abbiamo o nel caso, provare a chiedere aiuto.

Elsa ci insegna anche che cosa è l’empowerment, sulle note di Let it go, sceglie di accogliere la sua diversità e di vivere con se stessa. Ecco che la vediamo scegliere di avere potere di azione sulla sua vita e il controllo dell’ambiente, al punto di riuscire a costruire un castello di ghiaccio! Certo in questa canzone vediamo l’inizio di questo processo di presa di coscienza e di potere sulla sua diversità, l’apoteosi la raggiunge al termine del film, grazie al sostegno e all’amore della sorella Anna.

Vi siete mai sentiti un po’ come Elsa?


Alice